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martedì 7 gennaio 2025

Lo Specchio di Giano, il mago Ataris

 In "Lo specchio di Giano", Tarchun, il sacerdote devoto al dio Maris che custodisce riti tradizionali e misteri della religione del popolo dei Rasna, è contrapposto al nemico di Vestres, Ataris, creatore di Alos, l'Isola di Sale, realizzata per trovare un potere infinito ma prima di tutto la sua vendetta.

Il potente mago è il personaggio del libro più contrastato, assieme proprio al rivale Tarchun. All'inizio avrebbe dovuto chiamarsi Ismeno, come il crudele mago della Gerusalemme Liberta, ma poi ho preferito un nome di ascendenza antica, come per quasi tutti i personaggi principali del romanzo fantasy ispirato al mondo degli Etruschi. 

Ecco l'inizio del canto II del poema tassiano in cui si introduce la figura del mago:

Mentre il Tiranno s’apparecchia all’armi,

Soletto Ismeno un dì gli s’appresenta:

Ismen, che trar di sotto ai chiusi marmi

Può corpo estinto, e far che spiri e senta:

Ismen, che al suon de’ mormoranti carmi

Fin nella reggia sua Pluto spaventa,

E i suoi Demon negli empj uficj impiega

Pur come servi, e gli discioglie, e lega.

Questi or Macone adora, e fu Cristiano,

Ma i primi riti anco lasciar non puote;

Anzi sovente in uso empio e profano

Confonde le due leggi a sè mal note.

Ed or dalle spelonche, ove, lontano

Dal volgo, esercitar suol l’arti ignote,

Vien nel pubblico rischio al suo Signore;

A Re malvagio consiglier peggiore.


In realtà se la prima idea era quella di riprendere la figura di Ismeno, il risultato è stato completamente diverso.

Se all'inizio, nel testo, si legge solo di un uomo malvagio e rabbioso che vuole conquistare Vestres e l'intero mondo, con il procedere della storia e con il disvelarsi di segreti e particolari, si comprende come in realtà anche nel suo cuore siano albergati e si trovino ancora sentimenti di amicizia e amore. Lo si vede ad esempio dal rapporto instaurato con le due allieve, Erichto e Picatrix, per cui era stato quasi come un padre e si manifesta nella scena della lotta con Tarchun. Se il sacerdote, però, saprà comprendere i suoi errori e arrivare a riprendere la giusta strada, Ataris si lascerà sopraffare dalla rabbia, confermandosi un assassino e dovendo abbandonare per sempre ogni sua ambizione e il suo tragico amore. 

Il romanzo è disponibile online e in libreria.

Ecco il passo del libro dove viene per la prima volta descritto Ataris:

Il mago, che si trovava a un tavolo intento ad analizzare un libro, udì la richiesta, o meglio l'ordine dell'uomo, e si avvicinò subito all'ingresso.

“Turno, salve! Che cosa ti porta nelle mie stanze?”, chiese con un sorriso beffardo. ”Entra”.

L'uomo entrò e dopo aver dato un rapido sguardo alla camera, tra libri, contenitori di vetro, oggetti di cui ignorava l'utilizzo in materiali preziosi venuti da chissà quale parte del mondo, disse: “Perché hai dato l'ordine dei due ultimi attacchi? Che cosa ti salta in testa? Le sirene e i tritoni sono stati quasi decimati e abbiamo perso alcuni degli uomini migliori grazie all'invio della scialuppa dell'altro giorno. Se, poi, al posto che star qui a studiare testi probabilmente inutili e realizzare intrugli ti affacciassi e guardassi il campo sotto di noi vedresti un panorama di desolazione. I nostri uomini sono allo stremo. Chi li addestra è un incapace. Pretendo di avere io in mano la preparazione dei soldati. Sono stato chiamato qui per aiutarvi nella strategia di attacco e per condurre l'esercito in battaglia ma non vengo ascoltato in nessun modo. Lascia che sio io ad addestrare i soldati e a pensare agli attacchi. Quando sarà l'ora, i soldati non seguiranno un condottiero di cui non conoscono quasi il viso e non si è mai preoccupato di loro. I militari in quel cortile non sono assolutamente in grado di formare dei soldati pronti per un combattimento. Sono solo capaci di massacrare quei ragazzi inutilmente. Non si può combattere così una guerra”.

Il mago rimase per qualche istante pensieroso, poi acconsentì: “Va bene, Turno. Avviserò i generali che da domani sarai tu ad occuparti degli addestramenti e alla supervisione delle operazioni.”

Seguì un attimo di silenzio in cui Ataris si aspettava la dipartita di Turno, ma l'uomo incalzò ancora: “Ho un'altra cosa da chiederti”.

“Dimmi pire”.

“Chi sarebbe questo Ofiuco, per cui hai mandato quei ragazzi a morire? Sai almeno se è sopravvissuto qualcuno?”.

“Non so se qualcuno è salvo, ma gli orux di solito non lasciano scampo. L'Ofiuco è qualcuno in grado di curare quasi tutti i mali e, soprattutto, è qualcuno di molto caro per il nostro Dio.”

“Che cosa intendi dire?”

“Lo saprai a suo tempo... Intanto, presto avremo qualcun altro nelle nostre file. Arriveranno due giovani Arath, mie allieve, di cui una abile nel realizzare cure per numerose malattie, e, se tutto va bene, anche il secondo dio”.

“Sono scettico su questo. Potrebbe allearsi con Maris o non voler comunque saperne della nostra guerra. Intanto a Vestres cosa sta succedendo? Gli uccelli delle tempeste cosa ti dicono?”.

“Sono spaventati dai nostri continui assalti. Credono che siamo forti e organizzati. Intanto il loro lavoro sugli Aisna sta proseguendo alacremente”.

“E come pensi di fermarli?”

“Con il generale Alanys abbiamo in mente un'altra incursione. Vieni ti mostro il piano”.

Il mago fece avvicinare Turno a una ricostruzione in miniatura di Vestres. Gli occhi del guerriero erano quasi spaventati nel vedere il compiacimento del mago: i suoi occhi verdi brillavano, quasi di pazzia, il suo ghigno dipinto su un volto magro ed emaciato era inquietante, i capelli ricci e crespi che componevano quasi un casco sopra il capo ondeggiavano leggermente ai suoi movimenti, mentre le mani ossute si muovevano con eleganza sulle figure per spiegare il da farsi. Era un uomo non più giovane, sempre vestito di abiti e mantelli ricchi, chitoni lunghi di diverse fogge fatti di broccato intessuto con oro proveniente dalle estreme regioni d'Oriente, spesso nelle tonalità più scure del verde, e arricchiti da spille e monili in metalli e pietre preziose. Quando ebbe finito la sua spiegazione, Turno non poté che acconsentire al piano di Ataris anche se il suo atteggiamento continuava a fargli paura.


martedì 10 dicembre 2024

Lo specchio di Giano. Thanaquil e le Veggenti di Farthan

 Torno a parlarvi di "Lo specchio di Giano", il mio romanzo fantasy ispirato agli Etruschi, presentandovi uno dei personaggi principali, la sacerdotessa Thanaquil, amica di Steleth. 

Si tratta di una donna bellissima, forte, guerriera, caparbia ma che mostrerà il suo lato fragile e si lascerà vincere dall'amore quando incontrerà Turno, mettendo tutte le sue certezze in discussione. Ma poi prevarrà l'amore per la sua gente, con cui è cresciuta e che ha sempre protetto. Thanaquil è la guida delle Veggenti di Farthan, ordine sacro alla dea dell'amore e della guerra, per cui le sacerdotesse sono sia abili guerriere sia prostitute sacre.

Il nome è ripreso da una delle figure femminili etrusche secondo me più affascinanti: Thanaquil era infatti la moglie di Lauchume Tarkun, un lucumone etrusco che sarà chiamato a Roma Tarquinio Prisco.

Si narra che un giorno, lei e il marito passeggiassero nei pressi di Tarquinia, quando una maestosa aquila si posò sul capo dell'uomo portandogli via il copricapo. Dopo un rapido e ampio volo nel cielo, l'uccello ripose il copricapo sulla testa di Tarquinio.

La donna, esperta di prodigi, spiegò allo sposo che l’aquila, regina dei cieli, uccello sacro di Tina, re di tutti gli dèi, con quel gesto aveva predetto che egli sarebbe stato destinato alla gloria di un grande regno.

Tarquinio e Thanaquil esporteranno a Roma la cultura etrusca. Lei era na sorta di sibilla in grado di leggere il senso più profondo delle cose e cogliere i messaggi degli dei.

Qui il passo del libro  disponibile su Amazon e in libreria in cui si parla dell'amicizia tra Steleth e Thanaquil:

Le due donne erano amiche da tanto tempo. Erano cresciute insieme nella scuola del tempio di Turan, dove le Veggenti istruivano le bambine ai primi rudimenti delle diverse discipline, dalla lettura alla matematica, dalla geometria allo studio della natura, dalla tessitura alla medicina, dalla pesca e alla caccia a piccoli insegnamenti di arti magiche.

Thanaquil proseguì il suo percorso di vita nel tempio, tra ars amatoria e uso delle armi. Lei non aveva potuto scegliere la sua strada: essendo figlia di una Veggente di Farthan era stata predestinata fin dalla nascita a diventare una sacerdotessa della Dea dell'Amore e della Guerra, ricoprendo i ruoli di prostituta sacra e di  guerriera. La sua bravura l'aveva portata a diventare la guida dell'ordine, che era chiamato a proteggere i misteri divini, leggere le indicazioni che Maris impartiva tramite i fulmini, a difendere il regno e a celebrare la fertilità e la vitalità della natura, prestando il proprio corpo agli uomini che si recavano al tempio a farne richiesta. I figli che nascevano dai loro rapporti venivano destinati all'ordine se femmine, a diventare soldati o Ministri del Destino se maschi.




lunedì 25 novembre 2024

Lo specchio di Giano e gli oggetti magici: dal lituo alla trottola di Ecate

 Credo che non ci siano romanzi fantasy in cui non compaiano oggetti magici di diversi tipi e con diverse funzioni, dai libri, agli amuleti, alle spade alle pietre.

Non è da meno lo Specchio di Giano. Nel libro ispirato agli Etruschi ci sono diversi strumenti in grado di compiere cose prodigiose, prime tra tutti le bacchette magiche dei diversi personaggi, tra chi possiamo considerare anche il lituo del sacerdote Tarchun. 

Il lituo, in latino Lituus, da litāre, ossia offrire sacrifici agli dei per ottenere auspici favorevoli, era uno strumento di culto nell'antica Roma, già in uso presso gli Etruschi e i Latini, simile anche al bastone dei Faraoni. Era costituito da un bastone ricurvo in cima. Successivamente l'estremità arcuata assunse una forma a spirale, che si ritrova ancora oggi nel pastorale vescovile. Si tratta quindi, tradizionalmente, di uno degli oggetti magici per eccellenza.

Compare poi uno strumento meno comune nei testi e che ho conosciuto con le ricerche che ho compiuto nella redazione del libro. Si tratta della trottola di Ecate, in greco antico ίυγξ (iugx o strophalos) arnese magico sacrale, dedicato alla dea, con cui invocare la presenza della divinità nella celebrazione di un rito. Lo iugx è citato in età classica da Ovidio (I secolo a.C.): «Ella conosce le arti magiche (...) sa bene quale sia il potere (...) del filo messo in movimento dalla trottola che gira». 

La trottola magica veniva chiamata da Marino di Neapoli (V secolo d.C.) "ineffabile" e "divina" poiché permetteva di raggiungere l'unione con la divinità. In particolare i neoplatonici richiamavano la presenza della divinità oracolare Ecate facendo girare una trottola così descritta da Michele Psello: "La trottola d'Ecate è una sfera dorata costruita attorno a uno zaffiro e fatta girare tramite una cinghia di cuoio, con sopra dei caratteri incisi su ogni faccia: mentre gira si fanno le invocazioni".

La trottola veniva lanciata dal teurgo: se ruotava verso l'interno gli dei venivano sollecitati a partecipare al rito. Facendola girare verso l'esterno la divinità era libera di andarsene. La trottola girando produceva dei suoni che sembravano essere versi di animali, o lamenti o risa dalla cui interpretazione il teurgo poteva avere visioni profetiche anche assimilandole al suono delle sfere celesti. La rotazione della trottola influenzava infatti, il moto degli astri celesti che esercitavano il loro influsso sulla Terra.


Nel libro questo oggetto viene trovato da Steleth e Thanaquil nella biblioteca del tempio. La strega lo userà per mettersi in contatto con la dea Vesta e poi per comunicare con l'amica nei momenti di lontananza. 

C'è, poi, l'aula gemmata, custodita da Tarchun, in quanto massimo sacerdote. Si tratta di una specie di piccolo flauto o fischietto, che consente di richiamare i morti in vita. Questo oggetto è al centro di uno degli episodi più sanguinari del libro. 

Altro utensile che compare più volte è lo specchio, di cui vi ho già parlato qui. Ad avere una funzione magica ci sono poi altri oggetti, come il setaccio.

Ecco il passo di Lo specchio di Giano in cui viene introdotto Tarchun e in cui viene descritto il lituo: 

Poco dopo l'arrivo dei sacerdoti uscì dal tempio con andatura sicura e spedita, testa alta e sguardo altero, Tarchun, l'Aruth, guida dei Ministri del destino e Sians, padre di tutti gli uomini. Andò a fermarsi prima della scala di accesso al tempio, rimanendo nel porticato e ben visibile da tutti. Il suo alto cappello conico in candida lana, con una grande falda, era poggiato su una chioma folta e raccolta in una treccia nera, in cui cominciavano a fare capolino alcuni fili bianchi. Un pesante mantello frangiato nei toni delle vinacce e foderato di marrone, era chiuso sotto il collo da una spilla in oro, perfettamente tonda, con un decoro a spirale in elettro, con sfumature che davano il risultato di profondità ed eleganza. Al di sotto, il capo lasciava soltanto intravedere il chitone bianco in un particolare tessuto lucente arrivato dalle regioni orientali orlato di porpora e oro che scendeva al di sotto del ginocchio. Ai piedi l'Aruth portava degli stivaletti in cuoio, alti fino alla caviglia e dalla caratteristica punta ricurva. In mano aveva il lituo, un bastone magico fatto di elettro, curvo da un'estremità e lungo quanto il suo braccio. Il suo sguardo severo andò a osservare il gruppo di persone che nel frattempo si era raccolto davanti a lui, probabilmente per verificare la presenza di tutti i convocati.

Steleth lo guardava con ammirazione anche se dall'ultima volta lo trovava invecchiato e deperito, con gli occhi azzurri un poco incavati e il fisico, già magro, ancora più smunto. Inoltre, il suo viso, dai tratti delicati e quasi privo di barba, stava cominciando a cadere e venarsi di piccole rughe. Non aveva avuto spesso a che fare con quell'uomo e personalmente aveva avuto poche occasioni di parlargli ma gli era sempre sembrato un Sians ineccepibile e depositario di grande saggezza e sapere. Altri membri della sua famiglia ricordavano con maggior affetto alcuni degli Aruth precedenti mentre Velthur non sopportava nessun religioso e metteva sempre in discussione la dottrina predicata dai diversi ordini.

martedì 12 novembre 2024

Lo specchio di Giano, i luoghi

Dopo avervi parlato delle tipologie dei personaggi del romanzo fantasy ispirato agli Etruschi, "Lo specchio di Giano", vorrei parlarvi dei luoghi in cui è ambientata la vicenda. Vestres, Medhelan, Ianua e quasi tutti gli altri paesi e posti citati nel libro, sono in realtà luoghi reali, a cui ho dato nomi di fantasia o di cui ho ripreso il nome antico. Si affacciano, così, nelle pagine dell'eBook, diversi borghi della Liguria, come Vestres che rappresenta il Paese in cui sono nata, della Toscana, luogo di origine di parte della mia famiglia, Milano, la Pianura Padana e l'Appennino Ligure, tra quelli citati più spesso. 

Uno dei passi più significativi ha come scenario quello del Castello della Pietra di Vobbia, di cui vengono anche riprese le leggende che lo vedono come protagonista. E' per me un luogo ricco di fascino e magia. Se passate da Vobbia, fate un salto a visitarlo! (Qui trovate le informazioni)


Ecco la descrizione del Castello nelle parole della strega Saberia: 

“La Rocca della Pietra fu costruita dagli antichi Ligi, secoli e secoli fa, a difesa di questa valle e come torre che permettesse attraverso i fuochi di inviare i messaggi da un luogo all'altro del regno. Quel popolo scelse, quindi, per l’edificio un luogo che doveva renderlo inespugnabile: lo eressero in mezzo a due costoni di roccia che svettavano alti sopra le altre cime della valle del Falco, dotandolo di cisterne per raccogliere l'acqua piovana e spazio per le provviste di cibo e per i cavalli. Resistette alle catastrofi che furono scatenate durante lo Scontro degli Eterni ma un incendio, durante il conflitto, distrusse il bosco e un terremoto fece crollare la strada che lo collegava alla valle, rendendolo quasi irraggiungibile. Essendo ormai questa terra un cumulo di cenere, i Ligi dovettero andare via". 

"Alla fine della guerra, Maris pose in questa regione l'accesso al regno dei Morti, muovendo e spostando la terra in modo da renderlo remoto ai mortali. Soltanto le anime dei defunti possono giungervi, guidati dalle farfalle, essendosi persi quasi tutti i demoni psicopompi. Il Castello, che aveva resistito alla distruzione, diventò il luogo d'amore tra il dio reggente e il demone perduto. Si racconta che Culsu si posasse in cima al costone più alto e da lì ammirasse tutta la valle, il fiume che correva veloce nel suo letto ripido e da lì si lanciasse in volo, in picchiata, per poi risalire sfruttando il vento e lasciandosi portare dalle ali su tutta la catena, velocissima, ammirata e adorata dagli uomini. Quando Culsu fu scacciata, non si sa dove, la rocca divenne un luogo tra il sacro e il maledetto: Maris la diede in custodia ad Angizia, che lo aveva supportato nella lotta, rendendola la sua guardiana, con il compito di vegliare sull'intera regione che circonda Tufulta, e lasciar passare soltanto i mortali degni di arrivare all'antro del regno dei morti. Oltre non si può andare”.

 

mercoledì 30 ottobre 2024

Lo specchio di Giano, il demone Tuchulcha

 In Lo specchio di Giano, romanzo fantasy ispirato agli Etruschi, ho dato grande spazio alle figure degli dei e dei demoni, che avevano un peso rilevante nella religione di questo antico popolo italico. In particolare spicca Tuchulcha, che nel testo ha assunto la forma di un particolare animale, per poi riprendere il suo aspetto originario verso la fine del libro.

Al demone infernale è stato affidato dal dio reggente Maris il compito di proteggere la protagonista Steleth, e per farlo gli è stata data la forma di una cavalletta, con dei poteri particolari. Ma perché una cavalletta? L'ispirazione mi è venuta da un aneddoto che mi è accaduto qualche inverno fa, quando avevo già cominciato la scrittura del libro. Ogni mattina, infatti, trovavo una locusta piuttosto grossa sulle inferriate della finestra della mia camera, che mi osservava con i suoi grandi occhi neri. Rimase là per tutta la stagione. Alla fine pensai che quel tipo di insetto potesse essere una presenza fuori dal comune per un testo e ho deciso di inserirla tra i personaggi dell'ebook.


Ma chi era Tuchulcha? E' un demone dell'oltretomba, assieme a Charun (Caronte), rapinatore e carnefice delle anime. La sua raffigurazione più nota è un affresco della tomba tarquiniese dell'Orco dove viene rappresentato alato, di tinta giallastra, con orecchie d'asino e un grande becco ricurvo, serpenti nelle mani e sulle chiome. Fa parte di una schiera di demoni che avevano il compito di gestire il viaggio delle anime dei defunti verso il mondo dei morti, tra cui Vanth e Culsu.

Ecco la parte del libro, disponibile su Amazon e su altre piattaforme, dove, nel concilio degli dei, si spiega l'identità dell'insetto:

“Sei stato tu a mandare Tuchulcha da Steleth? Perché la cavalletta è Tuchulcha vero?”.

“Non so di che cosa stai parlando, Manth”, sorrise Maris, osservando l'altro dio che si agitava sul suo kline dorato, agitando una coppa di nettare e sorseggiando quella bevanda che andò a bagnargli barba e baffi foltissimi e castani.

“Sono un dio infernale e quando con Mania dimoravamo a Tufulta l'ho visto fare quella cosa un'infinità di volte. Non sono in molti ad avere quel potere”.

“Fare cosa?”, Maris continuava a fare orecchie da mercante.

“Far diventare invisibile una persona e diventare invisibile. Anche se lo abbiamo visto fare ad Ataris con le manticore, non vuole dire che sia una prerogativa di tutti, anzi! Tuchulcha usava queste sue capacità per scherzare con le anime dei bambini, anche se non so se fosse molto divertente per loro. O nascondeva uno di loro o si nascondeva lui stesso, tra gli alberi del campo dei fiori sacri, dove gli asfodeli crescono e diffondono il loro profumo per rallegrare le anime. Spesso, quando i piccoli giocavano a nascondino, riappariva all'improvviso con il suo bell'aspetto di demone alato e il suo volto che era un miscuglio di esseri differenti: gli occhi neri e splendenti erano incastonati come diamanti nel volto del guerriero più temibile, la bocca era il becco di un avvoltoio, le orecchie del cavallo e, dulcis in fundo, due bellissimi esemplari di colubro che gli uscivano tra i capelli. Tutti urlavano di terrore. Una volta successe che la dea Pethan, passando di là mentre accadeva questo, si prese un tale spavento che con un urlo ghiacciò l'intera distesa e ci vollero mesi per rimetterla a posto. Da quel momento Tuchulcha smise di scherzare in questo modo.”

Maris rise: “Scene esilaranti dal mondo dei morti! Comunque, hai indovinato, la cavalletta nera è Tuchulcha. Se ricordi le sue burle ricorderai anche quanto fosse legato a Ecate. Steleth sembra avere un ruolo importante in questa storia e ho pensato di mandare qualcuno a proteggerla”.

“Ma se la Via del Ritorno Segreto è una faccenda degli uomini, come hai fatto a far trasmigrare un demone a tuo piacimento da un essere mortale a un animale?”, chiese Evan, dalla lunga chioma bruna striata di rosso, che scendeva su un mantello porpora, che avvolgeva il suo chitone dorato.

“Sono o non sono il dio reggente, almeno per ora? Ho intercettato il momento in cui il suo Aisna stava per morire e qui sono intervenuto, mandandolo nel corpo di quel piccolo insetto”.

“Non potevi scegliere un animale un po' più incisivo? Non so... un lupo, un drago, una lince, un falco, un liocorno?”, ribatté Mania, con il suo volto perfetto appoggiato alla spalla del marito in un atteggiamento indolente.

“La cavalletta nera è più discreta e può stare sempre con lei. Poi ha doti che vengono spesse sottovalutate”, spiegò il dio.


mercoledì 16 ottobre 2024

Lo specchio di Giano, il personaggio di Thefri

Vi ho accennato più volte al fatto che nel romanzo fantasy ispirato agli Etruschi "Lo specchio di Giano" sia riassunta in versione fantastica la mia storia e quella dei rappresentanti della mia famiglia, a cui è dedicato il libro. Per questo il nome della protagonista, Steleth, deriva da una parola etrusca che significa “Insieme”. E altre parole di ispirazione etrusca danno il nome ad altri dei personaggi umani principali: Thefri, che significa fratello, Nacna, nonna, e Tatia, zia. 


Dopo aver analizzato diverse figure che compaiono nella storia, da Holaie a Thanaquil, vi parlerò della figura di Thefri, nel libro un Thisnaith, stregone d'acqua, come la madre Ati. Loro, nella realtà, sono sempre stati molto legati, tanto che spesso da ragazza rinfacciavo a mia madre di preferire in maniera spudorata mio fratello. Certo è che le affinità tra loro erano spiccate mentre io forse risultavo più simile a mio padre (Vulca nel testo), che a causa della separazione tra loro non ho frequentato come avrei dovuto. 

La storia del libro rispecchia una concordia tra fratelli che nella vita c'è stata soltanto negli ultimi anni: diverse volte abbiamo avuto diverbi pesanti e da ragazzi non abbiamo condiviso molto, vista la differenza d'età molto marcata. Il carattere del personaggio, infine, è più sfumato di quello dell'uomo: è più riflessivo e meno istintivo. La rabbia e la passionalità verranno fuori dopo la trasformazione nel dio dell'acqua e della tempesta. Mio fratello ha sempre amato il mare e le immersioni, quindi l'associazione a Nethuns nella redazione del libro è stata istantanea.

Mio fratello, infine, è stata una delle fonti, assieme agli altri famigliari, che mi ha permesso di ricostruire i caratteri dei membri della mia famiglia che ho perso da piccola. 

Da questo brano di Lo specchio di Giano, disponibile su Amazon e in libreria, emerge la determinazione del personaggio, di contro all'indecisione della sorella Steleth:

Le due donne intanto erano scese ed erano arrivate all'ingresso della torre, dove si trovavano altre guardie e il Thisnaith. Alla fine la strega aveva ceduto e, visto che si sentiva stremata, aveva acconsentito ad andare a casa. Thanaquil li accompagnò per un pezzo di strada in modo che guardie non sentissero quello che stavano dicendo.

“Hai parlato poi con i genitori di Crisoro? Andranno via?”, chiese Thanaquil allo stregone.

“Sono già andati via. Saranno dai loro cugini domani mattina all'alba”.

“Bene, ora andate. Torno dal prigioniero. Passate una buona notte, per quanto possibile”.

La sacerdotessa ritornò indietro e i due fratelli continuarono per il loro cammino.

“Thanaquil mi stava dicendo che hai notizie della zia”.

“Con i miei amici non ho trovato tracce di lei ma Virius mi ha raccontato che ha sentito la sua voce nel duello con Turno. E' stata lei a dirgli di colpirlo alla spalla. Potrebbe essere davvero che Crisoro l'abbia già fatta trasformare in Vesta?”.

“Anche i semplici defunti a volte intervengono nelle faccende dei vivi”.

“Sì, ma per i loro familiari. E nei nostri familiari non c'è Virius”.

Steleth si fermò: “Sì questo è vero. Ma il ragazzo potrebbe aver confuso la sua voce con quella di un'altra persona”.

“Non puoi invocarla? Gli dei spesso rispondono se chiamati. E con lei abbiamo un legame speciale. Non dobbiamo chiederle profezie o chissà che altro, solo chiederle un segno che ci faccia capire che ora è una immortale”.

“Va bene, ma spesso il segno inequivocabile non arriva. Vengono mandate solo tracce difficili da decifrare. Dobbiamo essere in un luogo sacro per un'invocazione. Domani mattina andremo al tempio di Manth e Mania”.

“No – la fermò il fratello. – Domani ci saranno altre cose che saranno urgenti, persone che avranno bisogno di cure e altri eventi che potrebbero frenarci. Poco sotto il tempio di Evan ci sono i ruderi del vecchio edifico sacro all'antica dea Uni, poi dedicato a Turms e distrutto durante la guerra dei Cinque anni senza che fosse più ricostruito. Andiamo lì adesso. Almeno sapremo qualcosa prima di rientrare a casa”.

Steleth annuì con la testa, facendosi trascinare dalla volontà del fratello.

Attraversarono le strette e scivolose strade dell'isola, ormai quasi totalmente al buio e poco dopo arrivarono ai resti, ospitati in una piccola area piana, un luogo privilegiato da cui ammirare l’intera Baia dell'Oblio, con il tempio degli dei infernali di fronte, e sotto, a picco, il mare di cui si sentiva il profumo e il suo leggero movimento.

Si posero davanti alla statua di Turms, l'unica cosa della struttura che era stata ricostruita. Con la fioca luce di un bastone che Steleth aveva acceso si riuscivano ancora a intravedere le figure scolpite ormai consumate dal tempo delle parti decorate che componevano il tetto del vecchio tempio, ora a terra. L'Arath si voltò verso Ovest, dove il sole tramonta, e fece per cominciare l'invocazione, quando si ricordò dello iugx che aveva trovato in biblioteca.

Lo estrasse dalla sacca che teneva sempre con sé e lo osservò attentamente.

“Proverò con questo”, disse.

“Cos'è?” chiese Thefri.

“Una trottola di Ecate, ha varie funzioni e serve anche a invocare gli dei”.

“Lo hai mai usato? Forse è meglio una via che hai già praticato”.

“E' uno strumento molto potente.”

Il fratello non pensò più a controbattere e decise di lasciarla fare.

Steleth avvolse l'oggetto magico nella cinghia per farlo ruotare, si appoggiò a una delle lastre di marmo del frontone che volgeva la sua parte interna e piatta verso l'alto e pronunciò queste parole:

“Dea del focolare e del fuoco sacro, dea a cui nessuno ha mai sollevato il velo e che alzi il tuo scettro sul mondo, mostrati a noi, se sei tornata tra gli eterni e dammi un cenno della tua presenza”.

Poi lanciò la trottola sul marmo. Questa rotolò lontano fermandosi ai piedi di un albero che era cresciuto in mezzo alle rovine.

Steleth lo riprese e riprovò. Lo iugx cadde ancora in quel punto. Ci provò ancora una volta con lo stesso risultato.

Ormai stanca, stava per compiere automaticamente nuovamente lo stesso procedimento quando Thefri la fermò.

“La pietra forse non va bene. Lo iugx va sempre lontano”.

“Le invocazioni vanno sempre fatte nei pressi delle statue o su qualche parte del tempio. Io probabilmente devo ancora fare pratica con questo strumento”.

“La trottola va sempre sotto quell'albero. Quali erano le piante sacre a Vesta?”.

“Il grano e il giuggiolo”.

“Quello è un giuggiolo se non mi sbaglio”.

Il Thisnaith avvicinò il bastone infuocato alla pianta e i due videro le caratteristiche foglie verdi e leggermente allungate dell’arbusto.

“Evidentemente è un segno”, disse lo stregone.

Steleth si portò allora sotto l'albero e disse ancora:

“Dea del focolare e del fuoco sacro, dea a cui nessuno ha mai sollevato il velo e che alzi il tuo scettro sul mondo, mostrati a noi, se sei tornata tra gli eterni e dammi un cenno della tua presenza”.

Lanciò nuovamente lo strumento, che questa volta si mise a roteare sempre nello stesso punto: la sua pietra centrale si illuminò leggermente spandendo bagliori rossi e lo strumento emise un suono simile a una risata di donna.

“Sta ridendo!”, esultò Thefri.

“Non è quello che si chiama un segno inequivocabile”.

Lo iugx stava ancora ruotando prodigiosamente su sé stesso, quando Steleth continuò:

“Vesta, che quando eri una Aisna hai protetto e fatto crescere la mia famiglia, mostrati a noi e rendici sicuri del tuo ritorno tra gli eterni”.

A quel punto la trottola girò ancora più velocemente, l'oro si illuminò e cambiò forma, prendendo quella delle vere trottole, e con la punta cominciò a muoversi sulla terra.

“Sta scrivendo”, disse Steleth.

Thefri si avvicinò per guardare.

“Cosa c'è scritto?”

“Sono caratteri arcaici... Spero di essere in grado di capirli. Ora... vi … “

Lo iugx girava veloce incidendo il suolo: “Ora vi vedo!”, lesse la strega.

L'oggetto magico smise di ruotare e luccicare e la scritta scomparve dalla terra.

Steleth scoppiò in lacrime si alzò e abbracciò il fratello: “Ora non può più succederle niente”, le disse lui.

Raccolto l'oggetto magico, i due, ormai stremati ma con un filo di speranza in più nel cuore, tornarono a casa.


lunedì 14 ottobre 2024

Giano, i confini, i limiti e i momenti di passaggio

 Vi ho introdotto le tipologie di personaggi che si possono incontrare nel testo e i luoghi in cui è ambientato il romanzo fantasy di ispirazione etrusca "Lo specchio di Giano". Ma non vi ho ancora descritto il protagonista del titolo e della copertina, il dio Giano, chiamato dagli etruschi Culsans.

Pur non essendo uno dei caratteri principali, il dio, che nel volume è il creatore dell'universo, assieme a Northia, la capricciosa dea del destino, avrà un grande ruolo nella vicenda.

Si parla molto nel testo di confini, limiti, inizi, momenti di passaggio: era questo che il dio proteggeva secondo gli antichi etruschi, romani e italici. Per questo è raffigurato con due volti, poiché e capace di guardare passato e futuro. Si tratta certamente di una delle divinità più affascinanti dell'universo latino.


Ecco il primo passo in cui si parla di Giano e della creazione dell'Universo:

“Una marea informe in un lento movimento, un fiume di materia amorfa che scorreva in uno spazio infinito e senza tempo: questo c'era al principio, quando esistevano solo gli eterni Northia, la dea del fato, che tutto comanda e tutto decide, e Giano, il padre di tutte le cose. La capricciosa e fatale dea decise in un punto di dare a quella massa un senso e le impresse un altro corso, impetuoso e vorticoso: fu da questo movimento che i diversi elementi si divisero, per poi riunirsi e mescolarsi, dando origine alle cose e al tempo. Giano, chiamato Culsans dal popolo dei Rasna, prima rimproverò Northia per la sua volubilità, poi vide che quello che si stava creando era buono e decise di procedere alla sua costituzione quando la dea, molto presto, si stufò del suo progetto. Il dio plasmò il Sole e tutti gli astri e i pianeti, poi arrivò alla Terra, che dotò di un satellite che la illuminasse anche durante la notte, di un centro di fuoco, una copertura di rocce e un'immensa quantità di acqua. Studiò, quindi, i movimenti che questi  corpi celesti dovevano compiere per mantenere il proprio vigore e la propria bellezza. Il nostro mondo fu quindi vestito da un manto di piante, per essere ancora più rigoglioso, un manto che cambiasse il suo aspetto a seconda delle diverse stagioni. Ma per controllare che ogni cosa stesse al suo posto e non si guastasse il tutto, c'era bisogno di una grande e continua attenzione da parte del dio. Fu così che Giano forgiò dalla polvere che vola libera nel cosmo altri eterni, che furono poi chiamati dei  Proteroi o  Primigeni e che prendono nomi diversi presso i differenti popoli: Satres fu chiamato a gestire il tempo, Semia la terra, Sethlans il fuoco, Thesan il movimento degli astri, Tinia il cielo e l'aria, Uni la vita e la fertilità, Nethuns  l'acqua. Questi i nomi degli immortali presso i Rasna.

La terra così bella e fiorita, con frutti e prodotti che nascevano in ogni dove, non aveva però abitanti che potessero goderne. Giano, dalle rocce e dall'acqua, dal legno, dall'aria e dal fuoco e da ogni altro elemento, forgiò gli animali, innumerevoli esseri che presero a correre nei prati e a nuotare nell'acqua, a volare nell'aria e a salire sugli alberi, fino alla loro morte, in cui il loro corpo tornava ad essere materia per dar vita ad un altro  vivente e la loro anima diventava libera dal mondo sensibile. Tinia, guardando quegli animali che, felici, dimoravano il mondo, volle creare anche dei mortali speciali, che fossero simili agli dei, in modo che gli eterni avessero sulla terra una loro controparte capace di costruire, creare e riflettere. Questi sarebbero stati legati indissolubilmente agli dei e sarebbero stati i loro prediletti: gli immortali, Viaggiatori del Tempo, li avrebbero protetti da pericoli e avversità e favorito chi li avesse onorati e rispettati; mentre i mortali, Passeggeri nel mondo, con la loro devozione avrebbero aumentato il potere dell'uno e dell'altro dio a seconda dell'intensità della loro fede verso di lui. Questi animali erano gli umani, divisi in diverse classi, a seconda delle loro inclinazioni: gli uomini, intelligenti e operosi; i Fauni, legati alla sfera delle selve; i diversi tipi di Streghe, da cui cominciò a diffondersi nel mondo la magia; i Centimani e i Ciclopi, noti per la loro forza, i Pigmei, i Blemmi, le Gorgadi, le Sirene e i Tritoni, che abitavano i mari, e tutti gli altri.

L'universo, così, fu completo e retto dalla sapienza degli dei ma sempre piegato al volere di Northia”.


martedì 8 ottobre 2024

Lo specchio di Giano, gli dei e i demoni

 Dei capricciosi, volubili e a volte crudeli, decadenti o vendicativi: sono questi gli immortali del fantasy "Lo specchio di Giano". Oltre al dio bifronte, gli immortali presenti nel volume sono numerosissimi e sono ripresi per lo più dalla cultura etrusca ma non solo. Accanto a Aplu, Turan, Nethuns, Manth, Voltumna e molti altri, ci sono anche altri dei romani o italici come Vesta e Angizia ma anche dei di altre culture antiche come Belanu. Il dio reggente, Maris, invece,  una divinità etrusca minore di cui si sa poco. Ho scelto il suo nome perché mi dava l'occasione di forgiare un personaggio più moderno e più combattuto. 

Come in ogni fantasy che si rispetti, non può mancare una nutrita schiera di demoni, mostri e spiriti, soprattutto infernali ma mi fermo qui per non "spoilerare" troppo.

Per caratteri e le descrizioni degli immortali ho guardato soprattutto agli dei descritti nei grandi classici della letteratura antica, "contaminati" da accenti più contemporanei o spunti provenienti da fonti di diverso genere a cui si rifà anche il topos del concilio degli dei, a cui ho voluto aggiungere un po' di ironia.

Eccone un passo:

“Se sappiamo dove è Esclulapio abbiamo un elemento importante per intavolare una trattativa con Aplu. Visto che noi non riusciamo a scovarlo in nessun modo, dobbiamo chiedere agli uomini un aiuto per capire dove si trova. Qualcuno di noi deve manifestarsi ai mortali”, ordinò il reggente.

“Uhhh”, dissero gli altri in coro, trasalendo.

“Io no, Maris, l'ultima volta che l'ho fatto si è creato un equivoco che ha quasi portato a una guerra”, rispose Manth.

“Io ho quasi fatto morire il sacerdote che ha raccolto il mio messaggio”, affermò Turms.

“Non puoi andare tu, per una cosa così importante, Maris?” chiese Evan.

“Le leggi stabilite vogliono che il dio reggente si debba interfacciare con l'Aruth ma non me la sento di fidarmi di lui, visto che sta combattendo per il suo Regno ma soprattutto per sé. Eviterò di mandargli segnali per il momento”, rispose Maris.

“Secondo me, dobbiamo coinvolgere maggiormente l'autorità civile di Vestres. Il rector Mocezio ha sempre dato prova di correttezza sia verso gli uomini, sia verso gli dei“, affermò Vesta.

“Sì è vero. - annuì il reggente – Turms, sei tu il nostro messaggero. Dovrai manifestarti a lui ed esporgli la nostra richiesta. Ovviamente, cerca di non ucciderlo!”.

Il dio dai calzari alati acconsentì con un sospiro.

Il libro è disponibile online e in libreria.







mercoledì 25 settembre 2024

Lo specchio di Giano: la strega Steleth

  Eccomi finalmente a parlarvi del personaggio principale di "Lo specchio di Giano", romanzo fantasy ispirato agli Etruschi. Si tratta di Steleth, "controfigura" dell'autrice, parola etrusca che significa "insieme": il libro, infatti, è nato per ricostruire in versione fantastica la mia storia e quella di chi mi è stato vicino. I miei familiari sono così diventati,  in queste pagine, i miei “eroi”, confermando di essere sempre stati i miei punti di riferimento. 

Come tanti altri caratteri del testo si trova coinvolta suo malgrado in una missione e in una guerra che non vorrebbe affrontare. E' infatti legata alla sua condizione attuale e dovrà agire su sé stessa e sul sul suo carattere per accettare la situazione. Steleth è una Arath, una strega dell'elemento della terra, ha un temperamento a volte burrascoso ma fragile e solo alla fine riuscirà a sciogliere ogni dubbio che la attanaglia - dopo un percorso arduo e difficile in cui dovrà affrontare anche la perdita della madre - e a seguire la strada che le è stata tracciata dal destino.

Ecco un brano del secondo capitolo del libro, disponibile online e in libreria, in cui viene descritta Steleth: 

Il destino aveva dato in sorte a Steleth il fatto di essere nata come strega Arath, la classe di maghe legate all'elemento della terra. Erano diversi fattori a decidere quali inclinazioni un bambino dovesse mostrare alla sua nascita: la posizione degli astri al momento della venuta al mondo e del concepimento, l'ora, la stagione, il tempo atmosferico, la vicinanza di un luogo sacro durante la nascita, la classe dei genitori e dei nonni e altre innumerevoli causali. Questo aveva determinato anche nel corso dei secoli l'avvento di classi nuove e la scomparsa di alcune specie di uomini, mentre altre, come le sirene e i tritoni, si erano adattate a un ambiente specifico e a decidere la loro tipologia era rimasto il solo motivo della classe dei genitori.

Steleth era stata felice di quello che aveva avuto in sorte ed era riuscita ad arrivare al massimo delle sue capacità, nonostante la sua continua insicurezza peggiorata da un carattere a tratti burrascoso e irritante. Era in grado di ammansire i serpenti, ascoltare gli animali, comprendere la condizione o lo stato d'animo delle piante e di un intero bosco, e aveva imparato a realizzare pozioni e piccoli incantesimi a scopo curativo. Questo, però, era patrimonio comune con tutte le Arath. Lei aveva dedicato tanto tempo allo studio e ai libri ed era arrivata a padroneggiare anche discipline come la negromanzia e incantesimi difficoltosi. Irreprensibile, curiosa e attenta, era stata scelta dai maghi e sacerdoti del suo regno per essere istruttrice delle Arath di Ligys, nella sua capitale, Medhelan, e per essere tra i pochi al mondo a custodire la cosiddetta Magia delle Furie.

Era nata e cresciuta lì a Vestres, sul mare, nella regione che faceva capo alla grande città marittima di Ianua, e dopo la separazione dei genitori, era stata cresciuta dalla nonna, Nacna, e dalla sorellastra di lei, Tatia, ormai anziane e forti di un'esperienza che aveva fatto loro superare guerre, miseria ed epidemie. La loro vicinanza, se le aveva permesso di conoscere e appassionarsi alla storia e alle lingue antiche, l'aveva sempre fatta sentire diversa per pensiero e per modo di comportarsi dai suoi coetanei, tipici esponenti del loro tempo e della contemporaneità. Da che era una piccola allegra e chiacchierona, scontrandosi con questo stato di cose era diventata più chiusa e taciturna, molto insicura, rispettosa di una società passata più che partecipante attivamente di una comunità attuale.

Quella di Steleth era stata definita la “generazione degli astri”: dopo la Guerra dei cinque anni che aveva portato alla distruzione dell'intero Paese era stato il momento di ricostruire. In quel periodo, che era iniziato nello stesso anno della nascita di sua madre, Ati, la terra era rinata, un lungo periodo di pace aveva permesso il fiorire del commercio, dell'agricoltura e il diffondersi della cultura e delle scienze. Erano sorti istituti importanti, erano stati costruiti ospedali, fabbriche e stabilimenti, case grandissime su più piani ed edifici e giardini mirabili. I nati in questo periodo non avevano vissuto le battaglie e la carestia ma solo il progresso e il benessere.

Una volta trasferitasi dalla madre e dal fratello a  Medhelan, dove entrambi erano andati prima di lei, Arath aveva potuto approfondire le sue passioni grazie a scuole avanzate e alla frequentazione dei luminari dell'epoca, pur non adeguandosi mai alla vita di una grande e ricca città. Anche dopo il matrimonio e l'arrivo dei suoi due bambini e il trasferimento nel vicino borgo di Argentia rimase sempre schiva, sentendosi sempre una persona arrivata da lontano in un posto non suo. Ora, lasciatasi la giovinezza alle spalle, si affacciava anche alla fine della maturità, quando il corpo comincia a dare i primi segni di decadimento ma la mente è attiva e vigile, forte di tutto quello visto e assimilato fino a quel momento.

Nonostante il suo percorso, di cui andava orgogliosa, avendole consentito di crescere e maturare, andare oltre quello che erano stati i suoi genitori e i suoi modelli da bambina, non aveva comunque raggiunto traguardi e primati degni di nota per la comunità. Per questo, non riusciva a immaginare il motivo della convocazione da parte dell'Aruth, di fatto, il rappresentante di Maris sulla terra. Era entusiasta, da una parte, per questa chiamata, ma dall'altra preoccupata per la situazione e per i suoi possibili sviluppi. La lettera non preannunciava niente di buono e lei, come gli altri suoi coetanei e il fratello, vissuti sempre negli agi, non avevano mai avuto a che fare con condizioni difficili. Non sapeva nemmeno se sarebbero stati in grado di farvi fronte. Vestres era ormai l'ultima roccaforte dei Rasna, antico popolo che dopo aver sviluppato una grande e progredita civiltà sotto l'egida di Maris e dei Chechanar, gli dei superiori, alleati del dio reggente, era decaduto. Dopo la perdita di terre e la deriva della società, già da qualche secolo, del grande impero dei Rasna era rimasto solo il piccolo borgo, che non era mai stato attaccato per il prestigio dei suoi templi ma che era finito, all'inizio della Quinta era, sotto il nascente Regno di Ligys che, con il pretesto di proteggere i luoghi sacri, si aggiudicò il suo controllo. Vestres, alla fine dello Scontro degli Eterni, infatti, vide sorgere i più importanti edifici di culto dedicati agli dei vincitori, con l'istituzione della figura dell'Aruth e degli ordini dei sacerdoti. Nel tempo, di pari passo con la decadenza del loro popolo, anche gli immortali avevano visto scemare il loro potere e si erano sempre più disinteressati della sorte degli uomini. Lo stato attuale delle cose, forse, con Aplu che cresceva trovando numerosi seguaci, era solo il risultato di un lungo e lentissimo periodo di declino, pensava Steleth.

Era arrivata all'ingresso del paese provenendo dalle colline di Nord Ovest, dopo un viaggio di soli due giorni, grazie al passo delle streghe di terra nei boschi che nella natura era molto più accelerato rispetto a quello delle altre classi di umani. Il fratello, Thefri, convocato anch'egli, l'aveva anticipata già da qualche giorno, mentre lei si era ridotta all'ultimo momento perché qualcuno restasse vicino alla madre malata. Mancava da Vestres da tanto tempo e nonostante si fosse costruita una vita serena con la nuova famiglia, si rendeva conto di quanto quegli spazi, quei paesaggi e i profumi del mare e delle piante che crescono vicino ad esso le fossero mancati e con essi le persone che li abitavano.

Non aveva tempo per passare a casa: avrebbe visto i suoi cari al tempio e avrebbe potuto riabbracciarli là. Stanca per il viaggio, trascorso in tutta velocità, cercò di ricomporsi come poteva: scosse leggermente con le sue mani magre il suo viso ovale, su cui si notavano subito il naso, dalla punta ampia, e la bocca carnosa e del colore della corteccia delle querce, che nascondeva una dentatura a tratti irregolare. Poi strofinò leggermente i suoi occhi proporzionati e castani con pagliuzze verdi, sottolineati da una riga di trucco nera. Riordinò il suo abito, una tunica di lana indaco, quella speciale tonalità di colore a metà tra il viola e il blu, senza maniche e dal bordo ceruleo, fermato sulle spalle da due bottoni in bronzo e stretto in vita da una cintura di stoffa composta da tre nastri intrecciati, anch'essi cerulei. Quindi tastò i suoi gioielli per controllare se avessero il giusto assetto, partendo dalla collana d'oro, formata da una catena da cui scendevano pendenti rotondi e lavorati a sbalzo, raffiguranti, circondata da motivi floreali, la Signora degli animali tra due lupi, nell'atto di accarezzarli, per passare agli orecchini a bauletto, realizzati in filigrana con arabeschi e fiori e finire con il braccialetto a forma di serpente, che le era sceso dalla giusta posizione sull'avambraccio. Infine, ravvivò i capelli castani, dello stesso colore degli occhi, sciolti sulle spalle e lunghi fino alla vita, mossi e sempre scompigliati, che non aveva mai voluto tenere legati in trecce o altre acconciature. Per avere un aspetto più presentabile e ordinato, li coprì con il suo mantello di lana, da una parte del colore naturale della fibra, dall'altra in un raffinato rosa polvere, che scese languido sulla schiena dove spiccava un'accentuata gobba, e andò a coprire il suo corpo, statuario e dalla vita stretta. Infine spolverò ed eliminò la terra e il fango dai piedi per calzare i suoi calcei repandi, stivaletti a punta tipici del suo popolo.  


sabato 15 giugno 2024

Peritas, il cane di Alessandro Magno

 Come già sapete, il mio secondo romanzo si intitola Peritas (ve ne ho già parlato qui: Peritas, Il personaggio di Olimpiade). Ma chi era Peritas? Peritas era il cane di Alessandro Magno. 

Il nome (in greco antico: Περίτας) potrebbe essere tradotto, dall'antica lingua dei macedoni, "gennaio". Il cucciolo, secondo alcuni storici, venne, infatti, donato al condottiero dallo zio, Alessandro I d’Epiro, nel mese di gennaio.

Le fonti che narrano del cane dal punto di vista storico sono poche e principalmente due, che hanno scritto a riguardo molti secoli dopo: si tratta di Plutarco e Plinio il Vecchio.

Alessandro era molto affezionato al suo cane e lo portava con sé anche durante le battaglie. Peritas morì, secondo alcune narrazioni, nel 331 a.C. nel corso di una battaglia cruciale contro i Persiani di Dario III, salvando il suo padrone dall'attacco di un elefante, mordendo il pachiderma sulle labbra, l’unico punto scoperto e sensibile dell’animale. Alte leggende ritengono invece che il cane morì tra le braccia del padrone, dopo averlo salvato da un’arma appuntita lanciata da un soldato nemico.  In suo onere il guerriero fondò una città, in una zona in prossimità del fiume e dell’omonima città di Jehlum, in un territorio che comprende parte degli odierni India e Pakistan. Questa è versione che ho preso in considerazione in una scena del mio romanzo. Secondo altri, morì di vecchiaia.

Non si sa a quale razza appartenesse Peritas. Per questo argomento, le ipotesi principali sono due. La prima è che fosse un molossoide l'altra che fosse di una razza più simile al levriero, più agile e veloce e adatta a seguire il padrone in battaglia. A favore di questa tesi, il fatto che nel sarcofago di Alessandro, opera ellenistica del tardo IV secolo a.C. ora a Istambul, viene ritratto il macedone che cavalca Bucefalo e subito sotto c'è un cane simile a un levriero, presumibilmente Peritas. Inoltre, nel Mosaico della caccia al cervo della reggia argeade di Pella è ritratto un cane, ritenuto da alcuni studiosi proprio Peritas, con fattezze simili al canis laconicus, antica razza di cane da caccia molto apprezzata ed utilizzata dagli antichi greci e più simile a un levriero. Per ritrarre Peritas, ho scelto la seconda ipotesi, perché mi sembrava più plausibile che un cane al seguito di guerrieri a cavallo fosse tenace e veloce.


Peritas di Ilia Camilla Muzio

Peritas (qui il link Amazon) è un romanzo fantasy, o meglio fantastico, che unisce diversi fattori: personaggi storici e storia antica, profezie, archeologia, elementi esoterici, simboli arcaici e molto altro ancora. 

Ecco, in breve, la trama. 

Un’antiquaria riceve da un amico un dono inconsueto: un reperto in marmo raffigurante la stella degli Argeadi, emblema della famiglia di Alessandro Magno. La donna, appassionata da sempre dalla figura del condottiero, ipotizza che la pietra faccia parte della tomba del macedone e decide di andare alla sua ricerca, recandosi nel luogo dove l’oggetto è stato rinvenuto. Trova però sulla sua strada uno strano individuo che cerca di ostacolarla. Nel suo viaggio, tra antiche profezie e prove che metteranno a rischio la sua vita, ad aiutarla ci saranno gli amici che conoscerà nel suo cammino e un misterioso cane.


martedì 5 marzo 2024

6 marzo: nell'Antica Roma era il giorno del Festum Vestae in cui veniva rinnovato il fuoco sacro

 Qualche giorno dopo l'inizio dell'anno presso l'antica Roma, che si celebrava il 1 marzo, nel momento in cui la natura si risveglia e si va verso la primavera (vedi il post dedicato), era a calendario un'altra importante ricorrenza, il Festum Vestae o Vestiae, dedicato alla dea Vesta. 

In questa occasione, festeggiata il 6 marzo, nel tempio di Vesta il fuoco sacro veniva rinnovato: veniva, infatti, spento e riacceso lo stesso giorno dalle sacerdotesse vestali. La fiamma era spenta con l'acqua ma prima un altro fuoco prendeva vita dalla stessa tramite una torcia perché la fiamma non doveva mai spegnersi. 

Il tempio veniva lavato e profumato con incensi ed erbe odorose, veniva ornato di serti e ghirlande, mentre la statua della Dea veniva addobbata e ingioiellata. Quindi, il nuovo fuoco sacro era portato nelle case per accendere i camini: iniziava la processione delle torce, con la sfilata delle sacerdotesse sulle strade, da cui le donne accendevano le proprie torce per riportare a casa il fuoco sacro. 

La festa terminava al tramonto del sole.

Il fuoco sacro, come dicevamo, non doveva mai spegnersi. Sarà Teodosio I, l'imperatore che aveva già emesso l'editto di Tessalonica nel 380 con cui si dichiarava il Cristianesimo religione ufficiale dell'Impero Romano (vedi il post dedicato), a obbligare la fine di questo rito nel 394 d.c. 


I resti del tempio di Vesta a Roma. Foto di Briana Tozour su Unsplash

Vesta è una delle divinità antiche che mi ha sempre affascinato tanto che è una dei personaggi del romanzo fantasy "Lo specchio di Giano", "incarnata" in Tatia mentre sulle vestali è incentrato il libro a cui sto lavorando in questi mesi. 

Ecco il passo dell'ebook, disponibile su Amazon e su altre piattaforme,  dove Vesta torna tra gli dei:

“Dobbiamo intervenire in una maniera incisiva”, disse Turan. Mentre la bellissima e collerica dea della guerra e dell'amore stava parlando con i Chechanar e Maris, il gruppo vide avvicinarsi una figura femminile, quasi un fantasma, tutta vestita con abito e mantello bianchi, che nascondevano quasi totalmente il viso e lasciavano solo immaginare i suoi lineamenti e la sua chioma.

I sei divini si stupirono a quella vista e si alzarono dai loro kline andando incontro alla nuova venuta sgranando gli occhi.

“Ecco la dea del focolare e del fuoco sacro, la dea non vista di cui non c'è nessuna effige“ annunciò Turms, incredulo, che le andava incontro a passi incerto, quasi tremante.

“Salve, a voi, Maris e Chechanar”.

“Salve a te, Vesta!”, risposero gli altri.

“Ci ho messo un po' a trovarvi. Non pensavo che il vostro rifugio fosse qui sull'Alba Arx, poi mi sono ricordata che era una delle cime sacre a Evan e che è un luogo strategico per osservare che cosa sta accedendo nei posti interessati dalla guerra. Ma vedendo il vostro stupore alla mia venuta, forse non avete seguito molto gli accadimenti tra i mortali”.

“Bentornata! Spero che tu sia qui per portare avanti con noi la nostra battaglia. Ci sarà modo poi per discutere e accordarci del futuro” Le disse Maris. “Vedo che sei riuscita ad arrivare prima del tempo!”.

“Ho lasciato improvvisamente la mia vita da mortale e ora voglio difendere Vestres e i miei. Sarò dalla vostra parte ma dovete essere pronti, una volta, terminato il conflitto, a venire incontro alle ragioni di chi vi ha aiutato. Raccontatemi ora che cosa è accaduto per voi e cosa avete intenzione di fare”.



lunedì 19 febbraio 2024

Lo specchio di Giano, i personaggi di Vulca, Holaie e Velia

 Vi ho già raccontato di come "Lo specchio di Giano" sia un romanzo corale e vi ho spiegato come vi sia riassunta in versione fantastica la mia storia e quella dei rappresentanti della mia famiglia originaria, a cui è dedicato il libro. Ma sarebbe meglio dire, le due famiglie originarie...

Avendo avuto una vita famigliare molto movimentata da bambina, con i miei genitori che si sono separati, ho sempre vissuto un forte dualismo se non una vera e propria contrapposizione tra i parenti dalla parte di mia madre e tra quelli della parte di mio padre. Purtroppo con i secondi, papà compreso, ho potuto condividere molto meno tempo ed esperienze.

Ed è con loro che prenderà il via una piccola rassegna e descrizione dei personaggi dell'ebook. A partire da Vulca, il padre della protagonista Steleth, ossia il personaggio di mio papà. Si tratta del carattere che per me è stato più difficile da rappresentare: in mio padre hanno sempre convissuto caratteristiche ed elementi contradditori, come l'allegria e la simpatia da un lato, l'ansia e la prevaricazione nei confronti di mia madre dall'altro. Inoltre, mio padre è venuto a mancare, dopo una lunga malattia, quando avevo già iniziato il libro e questo mi ha portato a ricordare fatti e avvenimenti dolorosi o spiacevoli. Ho dato a lui il nome di un artista etrusco, Vulca, più per la somiglianza con il nostro cognome che per il parallelismo con il suo lavoro. Infatti, era insegnante di educazione tecnica alle scuole medie. 

Per quanto riguarda, invece, Holaie, versione etrusca di Iolanda, nome reale di mia nonna, e Velia, la sorella, a cui ho dato un nome simile a quello vero, mi sono presa una grossa libertà nel racconto: entrambe sono morte quando io ero molto piccola e ho potuto passare con loro davvero poco tempo. Nella storia, ho provato a rappresentare una possibile vita con loro e immaginarmi come potessero essere realmente, aiutata in questo dai racconti dei miei genitori e di mio fratello. 

Mia nonna, come potete leggere nel lungo racconto della storia della famiglia nel testo, era nata con la lussazione dell'anca da entrambe le parti e questo la ostacolò per tutta la vita. Questo problema non le impedì, però, di sviluppare un carattere molto forte e una laboriosità fuori dal comune: sia mia madre sia mia fratello la ricordano seduta alla macchina da cucire dove stava per gran parte del giorno. "Come era abile e veloce nel rattoppare i vestiti e aggiustarli, così cercava di fare anche con noi: metteva una pezza dove poteva, quando andavo da lei perché i nostri genitori avevano litigato e mi avevano lasciato da solo", mi ha raccontato mio fratello. 

La sorella era anch'essa dotata di un carattere particolarmente forte e avrebbe fatto di tutto per la sua famiglia. Essendo andato male per lei il matrimonio, conseguentemente alla perdita di una bambina, mise tutto il suo impegno nella famiglia della sorella. A lei devo il racconto della loro storia, che ci ha lasciato tramite mio padre.

Lei e Iolanda, come racconto anche nel volume, hanno trattato mio padre "come un principe", su loro stessa ammissione. A mia nonna sembrava quasi un miracolo che il figlio fosse nato senza lussazione dell'anca e lo viziava, assieme alla sorella, in ogni modo. 

Nel testo, si accenna anche a mio nonno, impersonato da Cicnu, di cui viene raccontata la vicenda da Velia e da Ati (madre di Steleth). Mio nonno, di nome Giuseppe, morì quando mio fratello era appena nato e non l'ho mai potuto conoscere. Di lui, come spesso succede, mi sono arrivate testimonianze contradditorie: quelle di mio padre, anche se in realtà ne parlava sempre pochissimo, quelle di mia madre, che credo fosse la persona più obiettiva, e quelle riportare dal racconto di mia zia. Purtroppo non potrò mai sapere come sono andate realmente le cose.

Ecco la descrizione dei tre personaggi, che potete trovare anche su Wattpad:

Più in disparte rispetto alla folla, su un lato della piazza, c'era il padre, Vulca, un Usilth, stregone di aria e di cielo. Nonostante l'età stesse avanzando inesorabile anche per lui, aveva ancora un aspetto piacente: non era molto alto ma aveva un fisico curato, capelli mossi, dalla lunghezza media, con una leggera stempiatura, viso ovale, con gli zigomi leggermente alti, mento stretto con la fossetta, che il viso di Thefri aveva ripreso, naso dalla punta larga che ricordava quello della figlia, la carnagione chiara, quasi bianca, della sua classe, occhi verdi e labbra carnose. Si era sempre distinto per la sua eleganza, grazie anche al lavoro e alla dedizione della madre, che confezionava abiti per mestiere, e portava un chitone in lana azzurra, con bordi di tre colori, su cui era appoggiata una tebenna verde scuro con orlo rosso, decorato con motivi a losanghe candide. Stava parlando, mentre passeggiavano lentamente avanti e indietro, proprio con sua madre, Holaie, Arath anziana e claudicante fin dalla nascita con capelli grigi, raccolti in una lunga treccia, viso allungato e un poco rugoso, espressivi occhi scuri, naso sottile e bocca fine, color nocciola, che sorrideva poco. A incorniciarlo gioielli sottili, in filigrana, che riproducevano diversi fiori. La sua lunga tunica era del colore della senape ed era coperta anche sul capo da un pesante mantello glicine. Con loro, la sorella maggiore di lei e zia di Vulca, Velia, anch'ella Arath, più alta e robusta rispetto a Holaie, con i capelli grigi raccolti in una crocchia, con il volto ovale ma dalla mascella più pronunciata, gli occhi scuri e larghi, naso grazioso ma lievemente ossuto e bocca larga, scurissima e sempre sorridente. Il suo chitone era blu intenso con bordi a motivi geometrici di diversi colori mentre il suo mantello era verde e foderato di rosso, con l'orlo cucito con fili d'argento.

La famiglia di Vulca dopo la separazione - ma in realtà anche in precedenza - non aveva mai avuto buoni rapporti con quella di Ati. Ora chi salutare prima del suo litigioso clan, senza offendere nessuno?Tolse Steleth da questo impiccio il fratello, che, vedendola arrivare, prese per mano Tatia e si diresse verso di lei. Un sorriso, un abbraccio e anche un po' di commozione da parte dell'anziana che non incontrava da tempo la nipote, poi le parole:"Bentornata Steleth, sono felice di ritrovarti in questo momento. Sembra che le fatiche per noi vecchi non siano finite mentre voi siete chiamati a dimostrare il vostro valore!"."Anche io sono felice di essere tornata, zia! Ma che cosa posso mettere a disposizione io, semplice Arath, per la difesa del Regno?"."Tutti hanno le capacità di compiere grandi azioni. Sapremo presto che cosa ci viene chiesto dagli dei", rispose la donna.

Mentre anche Velthur, Holaie, Velia e Vulca si stavano avvicinando per salutarla, un gruppo di Ministri del destino, i sacerdoti depositari del culto di Maris assieme all'Aruth, uscì dal tempio e si dispose in fila davanti al basamento dell'edificio, lasciando uno spazio in mezzo a loro.



mercoledì 1 novembre 2023

Peritas, recensioni

 Dopo l'uscita di Peritas sono arrivate le prime recensioni positive sui social network e su Amazon.

Eccole:

Da @Battituraamacchina: 

Una storia che scorre, porta a comprendere sacro e profano con una leggerezza disarmante.

Cenni storici ben delineati e non lasciati al caso.

Mi sono immerso nelle storie di Olimpiade e Manar, ognuna con il proprio “compagno” d’avventura, ognuna con il proprio “senso”, ognuna con il proprio “io”. Fratellanze antiche si mescolano ad antiche leggende portando il lettore a comprendere la vera rinascita di se stessi, quella, che dentro ognuno di noi (spesso), rimane sopita per troppo tempo.

Rinnovo i complimenti a Ilia Camilla Muzio per la magnifica storia donataci.

CONSIGLIATO!!!

Da Gli occhi del lupo:

Prepariamo la valigia e partiamo insieme a Olimpiade, un antiquaria che riceve da un suo amico, un reperto riguardante Alessandro Magno.  Ma potrà andare bene il viaggio? 

Ed è proprio la passione dei genitori per la storia, ad aprire il mondo della protagonista verso la passione che l’accompagna. 

Indagheremo assieme a lei, che vedo un po’ di tante investigatori soprattutto stile Agatha Christie, alla ricerca delle risposte che da quel reparto che ha in mano, porteranno a un susseguirsi di avvenimenti avvincenti. 

Un viaggio tra Occidente e Oriente, una linea diretta e speciale, fulcro che il lettore avrà tra le mani. 

Vi sentite pronti? Bene allora partiamo! 

Da @Laura_libri: recensione Peritas

Essere schiavi di paura e angoscia, decidere di rincorrere e respirare a pieni polmoni aria e libertà per portare a compimento un progetto, realizzare un sogno lungo una vita. Vincere sé stessi e le proprie ansie disdegnando debolezza e avidità repentinamente cambiando, crescendo per il conseguimento di un oltre che significhi domani, un'occasione unica nella vita fra screziature di attimi da raggiungere a costo di tutto, anche della propria stessa esistenza. Il bisogno di armonia e pace che muove un regno, un personaggio - simbolo di superamento dei propri limiti e frontiere invalicabili - impresso nella storia e nella mente di una donna: l' antiquaria Olimpiade - appassionata di Alessandro Magno e con un nome ricollegabile a quello della madre del condottiero macedone - che riceve dall'amico Nicola un dono molto particolare, una lastra in marmo ritrovata a Taposiris Magna - risalente al V secolo d.c. - su cui si possono distinguere tracce di diversi colori, dal porpora al giallo, dal celeste al bianco. La stella degli Argeadi - emblema della famiglia di Alessandro Magno, discendente da Argo - che emerge come altorilievo, un astro a otto punte che campeggia su una figura dalla forma rotonda, che ricorda uno scudo. La donna, ipotizzando che la pietra faccia parte della tomba di Alessandro Magno, decide di andare alla sua ricerca proprio nel luogo di rinvenimento dell'oggetto, fuori dal perimetro della città antica. Uno strano individuo, però, pare voler ostacolare il suo cammino: Belial, una derivazione demoniaca in un incalzante viaggio tra ricerche e un misterioso levriero, strane coincidenze, intricati arcani, un irrazionale che scuote nel profondo riportando alla luce giorni di dolore, sofferenza, una visione che perseguita fino allo sfinimento, al semplice stordimento. Antiche profezie e oracoli in città colme di cultura e mistero, fascino senza tempo, un'avventura meravigliosa oltre ogni confine prestabilito in uno straordinario viaggio fra scoperte e intrecci letterari di fantasy, storia antica e archeologia, in elementi esoterici e simboli arcaici. Uno stile sublime ed etereo per un guerriero di una nuova era che sta per aprirsi.

Una storia originale ed emozionante da Mickey

 Raramente mi sono trovato davanti un manoscritto così particolare, con una storia così azzeccata e dei "mix" che si incastrano alla grande. Non posso dire proprio tutto quello che vorrei altrimenti farei spoiler..ma in questo romanzo vi troverete davanti al soprannaturale, alla fantasia e alla Storia! L'ultimo capitolo, da appassionato cronico di Alessandro Magno, mi ha scaturito intense emozioni... Brava Ilia!




sabato 23 settembre 2023

Peritas, il personaggio di Manar

 Dopo avervi presentato Peritas e Olimpiade, oggi vi parlo di un altro dei personaggi principali del mio nuovo romanzo fantasy, "Peritas". Si tratta di Manar, una donna egiziana appartenente a una confraternita di cristiani rimasti nell'ombra per secoli. La sua storia è interamente legata alla sua fede e alla sua costante sfida con il diavolo. Al contrario di Olimpiade appare più decisa, grazie alla sua fiducia in Dio, ma il suo temperamento è costantemente incrinato dalla paura di affrontare quello che a lei è destinato. Solitaria e solare, avrà un percorso similare a quello dell'antiquaria.


Ecco il passo in cui si narra l'incontro tra le due donne:

Aveva passato da qualche minuto le splendide rovine di Taposiris Magna e doveva essere arrivata vicino alla sua meta, quando, muovendosi su una sterrata vide passare davanti a sé, un uomo alto e robusto, interamente vestito di scuro. Belial? Pensò. Per evitarlo, sterzò bruscamente e finì fuori strada, con l’auto che si ribaltò. 

Quando i suoi occhi si riaprirono, riuscì a distinguere intorno a sé un ambiente in penombra, con un viso di donna sulla trentina che la osservava. Aveva occhi grandi e neri, molto intensi, sormontati da sopracciglia foltissime. Il naso, fine e appuntito, tagliava un viso olivastro e tondo mentre le labbra, rosse e carnose, lo ammorbidivano. I capelli erano coperti da un velo bianco, portato in maniera scomposta. 

“Come stai? Ti trovi nella casa di Manar. Hai avuto un incidente, a cui ho assistito: il diavolo ti ha tagliato la strada e ti ho portato qui per aiutarti”, le disse la donna in un inglese abbastanza fluente. 

Olimpiade provò a rispondere ma non riuscì. 

Il diavolo? Pensò tra sé e sé. Forse sono capitata nelle mani di un’altra squilibrata.

“Stai tranquilla. Parleremo dopo. Ho chiamato un medico e dovrebbe arrivare qui fra poco. Ora cerca di stare ferma e riposare”. 

“Ti ringrazio per l'aiuto che mi stai dando – riuscì a dire - Io sono Olimpiade e sono venuta qui dall'Italia per una ricerca che dovevo portare a termine in questa zona”.

Sospirò, cercando di assumere una posizione in cui sentire meno fastidio possibile, visto che aveva dolore in quasi tutto il corpo. 

Chi me lo ha fatto fare? Pensò, guardandosi intorno. Si trovava in una specie di spelonca, con le rocce lasciate nel loro stato naturale. Alla sua sinistra, per via di una fioca illuminazione, riusciva a distinguere una porta in legno molto rovinata. L’arredamento era povero ma completo, non mancavano nemmeno tv e computer e poteva intravedere sul tavolo anche un cellulare. Alla sua destra, ricavata nella roccia, una nicchia con l’immagine della Madonna e Gesù Bambino, con al lato una statua a grandezza naturale di un leone steso accanto. Si soffermò su quella per ammirarne il realismo e, con grande sorpresa, notò un lieve e quasi impercettibile movimento della testa dell'animale. 

“C’è un leone!”, riuscì a dire, con voce quasi soffocata. 

Manar si voltò e la guardò meravigliata: “Riesci a vederlo anche tu?”.

Poi, cambiando il tono della voce per non affaticare la sua ospite disse: “Non avere paura. Non fa niente”.

martedì 5 settembre 2023

Peritas: il personaggio della protagonista Olimpiade

 Vi ho già introdotto il mio nuovo romanzo, Peritas (disponibile qui), un fantasy che unisce diversi fattori: personaggi storici e storia antica, profezie, archeologia, elementi esoterici, simboli arcaici e molto altro ancora. Il filo conduttore è la figura del cane Peritas, assieme al cavallo Bucefalo, uno dei compagni più fidati di Alessandro Magno nelle sue battaglie. Ma con il famoso guerriero macedone, ci sarà un altro personaggio del mondo antico ad essere citato nel volume: si tratta di uno degli Evangelisti.

La protagonista del libro è un’antiquaria che riceve da un amico un dono inconsueto: un reperto in marmo raffigurante la stella degli Argeadi, emblema della famiglia di Alessandro Magno. La donna, appassionata da sempre dalla figura del condottiero, ipotizza che la pietra faccia parte della tomba del macedone e decide di andare alla sua ricerca, recandosi nel luogo dove l’oggetto è stato rinvenuto. Ad aiutarla ci saranno gli amici che conoscerà nel suo cammino e il cane.

La donna è legata dalla sua nascita alla figura di Alessandro Magno: i suo genitori, appassionati delle vicende e della storia del condottiero, le hanno dato il nome della madre di lui, Olimpiade, e lei da sempre convive con la passione per questo affascinante personaggio. Una passione che la porterà a lanciarsi in un'avventura davvero inaspettata.

Non più giovanissima, vive sola, vicino alla madre, dedicandosi quasi esclusivamente al suo lavoro di antiquaria e agli amici. Negli anni precedenti ha attraversato momenti bui, fatti di attacchi di ansia e panico. Grazie alle cure mediche e psicologiche e alla vicinanza delle persone care, ha trovato un equilibrio precario che le lascia molti vuoti. Ma nel suo percorso scoprirà che queste problematiche avevano un causa ben precisa. La donna, vincendo ogni suo timore, riuscirà a ritrovare sé stessa.


Riporto un passo del secondo capitolo in cui Olimpiade, dopo un primo incontro con il cane, riflette su di sé e sul suo passato:

Non appena fu all’esterno, il suo sguardo cercò subito il cane che aveva incontrato la sera precedente e, non vedendolo, sospirò. Era sola da qualche anno ormai e la solitudine le pesava. Non le mancavano amiche e amici e il supporto della madre che abitava in un appartamento contiguo al suo, ma sentiva che le sue giornate spesso erano vuote. Avrebbe voluto un compagno ma non ne aveva trovato mai uno adatto e i problemi che aveva avuto negli anni precedenti legati ad di ansia e paure, con mesi passati tra continui esami all’ospedale e visite da psicologi e psichiatri, l’avevano portata ad essere molto selettiva. Un animale domestico, forse, avrebbe potuto aiutarla e colmare almeno in parte quel vuoto. Poi aveva sempre desiderato averne uno. Quando era bambina pensava che all'uomo fossero state donate le mani per accarezzare, nutrire e prendersi cura degli esseri che abitano il pianeta assieme a lui.


sabato 22 luglio 2023

Peritas

 Ci siamo, finalmente! E' uscito su Amazon e sui principali store online (tra cui IBS, La Feltrinelli e Mondadori) il mio secondo libro, Peritas. Qualche spoiler nei giorni scorsi è uscito in questo blog e sui social: il post sulla stella degli Argeadi, la rubrica Caratteri e Impronte sulla letteratura e gli animali, un contenuto sulla mostra di Alessandro Magno a Napoli, uno sul musicista Giuseppe Tartini e uno sulla celebrazione di San Marco a Venezia. Si tratta di tutti elementi che in un modo o nell'altro hanno a che fare col nuovo testo.

Peritas è un romanzo fantasy, o meglio fantastico, che unisce diversi fattori: personaggi storici e storia antica, profezie, archeologia, elementi esoterici, simboli arcaici e molto altro ancora. Il filo conduttore è la figura del cane Peritas, assieme al cavallo Bucefalo, uno dei compagni più fidati di Alessandro Magno nelle sue battaglie. Ma con il famoso guerriero macedone, ci sarà un altro personaggio del mondo antico ad essere citato nel volume: si tratta di uno degli Evangelisti.

Ecco, in breve, la trama. 

Un’antiquaria riceve da un amico un dono inconsueto: un reperto in marmo raffigurante la stella degli Argeadi, emblema della famiglia di Alessandro Magno. La donna, appassionata da sempre dalla figura del condottiero, ipotizza che la pietra faccia parte della tomba del macedone e decide di andare alla sua ricerca, recandosi nel luogo dove l’oggetto è stato rinvenuto. Trova però sulla sua strada uno strano individuo che cerca di ostacolarla. Nel suo viaggio, tra antiche profezie e prove che metteranno a rischio la sua vita, ad aiutarla ci saranno gli amici che conoscerà nel suo cammino e un misterioso cane.

Spero di aver attirato la vostra attenzione. Presto vi racconterò altri dettagli!




mercoledì 22 marzo 2023

Lo specchio di Giano, la strega dai capelli di serpente

 ' “La vocazione delle Arath è quella di rispettare e difendere la vita e le leggi che la governano. La vita è il momento in cui il sangue scorre nelle nostre vene e scalda la nostra carne, le labbra si addolciscono per i baci o i teneri frutti della terra, le mani delle madri accarezzano il volto dei figli, il sole ci illumina e l'acqua ci rinfresca, gli uomini costruiscono e realizzano cose mirabili con la loro laboriosità e la loro passione. Dopo questo ci attende la calma di Tufulta, in cui non ci sono madri e figli e mogli e mariti ma siamo tutti uguali. Questo è stato deciso dagli dei. Né i viaggiatori del tempo né i passeggeri del mondo osino ribellarsi a questo stato!”: la voce della madre, le parole che le ripeteva da piccola, tornarono a risuonare nella mente di Picatrix nel momento in cui la mente le venne a mancare. Dopo qualche secondo i suoi occhi e il suo capo tornarono a muoversi, le palpebre a riaprirsi e i suoi arti ad agitarsi. Sentiva una mano leggera e fresca sul suo viso e riuscì a rianimarsi: Thanaquil era vicino a lei e la osservava preoccupata toccandola sul volto per farla riavere. L'aspetto aggraziato della sacerdotessa la fece sentire serena mentre i moniti della madre le rimbombavano ancora nella mente. La sua vita con il Figli dell'Insidia le sembrò improvvisamente uno sbaglio, che aveva fatto per rabbia e vendetta e a cui ora voleva rimediare per tornare sulla strada che sua madre le aveva tracciato'.

E' questo il "credo" delle streghe di terra, "Arath", rappresentate nel romanzo fantasy ispirato agli Etruschi, "Lo Specchio di Giano" (disponibile su Amazon e su altre piattaforme), che viene esposto da Picatrix, il cui nome deriva dal titolo di un'antica opera dedicata all'occultismo. Tra le Arath, nel testo, spiccano la protagonista Steleth e Picatrix, allieva di Ataris e amica di Erichto, che stringerà un forte legame con Thanaquil, anche grazie alla sorprendente somiglianza con Steleth. 

Foto realizzata con Deep Dream

Accolta da bambina dal mago nel covo dei Figli dell'Insidia, seguaci di Laverna, al contrario della lamia, non si è mai rassegnata all'abbandono della sua essenza, nonostante la maledizione lanciatale dal padre, che l'aveva resa simile a una Gorgone, con i serpenti in luogo dei capelli. E questo la porterà ad abbandonare la guerra voluta dal maestro e schierarsi contro di lui. Si riappacificherà con l'amica soltanto quando per loro arriverà la morte: 

Uno stuolo di pipistrelli arrivò dal bosco e rosicchiò i rami in modo da distruggerli e liberarla. Voleva attaccare con un'altra sfera infuocata ma non si era accorta di aver perso la bacchetta. Presa dal panico, respirando ancora a fatica, con gli occhi sbarrati, vide che Picatrix stava per sferrarle un altro colpo. Agì allora solo con la forza delle mani, sollevando con la magia sassi e sabbia che erano a terra e scagliandoglieli contro. La rivale fu investita da un'ondata di materiale che la colpì in ogni parte del corpo e alla testa, tanto che due dei serpenti che aveva sul capo furono tranciati via e la strega cadde rovinosamente, ribaltandosi su sé stessa.

La lamia priva di forza dopo l'ultimo contrasto, crollò a carponi, e si trascinò, furtivamente, come fosse un gatto, vicino all'Arath che, ferita, si lamentava. Sentendola arrivare e, pur con la vista annebbiata, Picatrix, sofferente, cercò di risollevarsi e, con la bacchetta ancora in pugno, scagliò all'avversaria una sfera infuocata. Erichto la scansò e le balzò addosso, mordendola al braccio e iniettandole il suo veleno. L'avversaria, con un ultimo impeto di rabbia, capendo che ormai la sua fine era vicina e la rivale stava avendo la meglio, nonostante l'ulteriore male dovuto al morso, scagliò i suoi serpenti contro la lamia. Gli animali la morsero sul braccio e sulla spalla. Un urlo angosciante si alzò nell'aria, rimbombando in tutto il bosco. Stese a terra, esauste, stavano vicine l'una all'atra, quasi prive di sensi, aspettando che i sieri facessero effetto.

Erichto si voltò verso la sua nemica e la vide con gli occhi chiusi, mentre respirava a fatica, con i serpenti che stavano svanendo e stavano lasciando il posto a una chioma lunghissima e nera, lucida e mossa. Nel vederla morire, un grande affanno si impadronì di lei, le lacrime le salirono agli occhi e il fiato le si strinse in gola. Si ricordò della loro vita passata insieme, di come Picatrix fosse sempre stata il suo appoggio, la sua amica e confidente, l'unica persona di cui potersi fidare a Hiul, quasi una sorella. Allora la chiamò, cercando di farla riavere: “Picatrix, svegliati! Picatrix”.

Strisciò vicino a lei, fino a prenderle la mano. La sua pelle fredda fece salire anche a lei i brividi della morte. Al suo tocco, però, la strega si risvegliò e si voltò.

“Picatrix, sai che il veleno delle lamie consente alle sue vittime di vivere ancora, diventando lamie a loro volta. Basta che tu scelga di essere come me! Puoi ancora andare avanti e realizzare i tuoi sogni! E se lo farai, ricordati di me. Perdonami! Non avrei dovuto dimenticare quello che siamo state l'una per l'altra”.

“Non diventerò una lamia, Erichto. Sono stata una Arath trasformata in Gorgone dal mio stesso padre: gli uomini di me hanno avuto paura e ho vissuto nell'ombra e nell'odio fino a che non ho incontrato Thanaquil. Non voglio di nuovo essere condannata a nascondermi e ad accontentarmi di passare i miei giorni odiata e lontano da tutti – rispose l'amica con voce quasi impercettibile. -  Muoio felice di aver combattuto per il mondo che vorrei lasciare agli altri. Ma lo sono di più per averti ritrovato, anche se solo alla fine”.

Le lacrime scesero sul volto di Erichto, appannandole la vista. La lamia si stese vicino all'amica.

“Andremo insieme a Tufulta!”.

Si guardarono ancora una volta e si sorrisero, mentre il veleno bloccava a entrambe il respiro e impediva loro i movimenti. Si strinsero la mano e chiusero gli occhi, aspettando la fine.


Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro...