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martedì 7 gennaio 2025

Lo Specchio di Giano, il mago Ataris

 In "Lo specchio di Giano", Tarchun, il sacerdote devoto al dio Maris che custodisce riti tradizionali e misteri della religione del popolo dei Rasna, è contrapposto al nemico di Vestres, Ataris, creatore di Alos, l'Isola di Sale, realizzata per trovare un potere infinito ma prima di tutto la sua vendetta.

Il potente mago è il personaggio del libro più contrastato, assieme proprio al rivale Tarchun. All'inizio avrebbe dovuto chiamarsi Ismeno, come il crudele mago della Gerusalemme Liberta, ma poi ho preferito un nome di ascendenza antica, come per quasi tutti i personaggi principali del romanzo fantasy ispirato al mondo degli Etruschi. 

Ecco l'inizio del canto II del poema tassiano in cui si introduce la figura del mago:

Mentre il Tiranno s’apparecchia all’armi,

Soletto Ismeno un dì gli s’appresenta:

Ismen, che trar di sotto ai chiusi marmi

Può corpo estinto, e far che spiri e senta:

Ismen, che al suon de’ mormoranti carmi

Fin nella reggia sua Pluto spaventa,

E i suoi Demon negli empj uficj impiega

Pur come servi, e gli discioglie, e lega.

Questi or Macone adora, e fu Cristiano,

Ma i primi riti anco lasciar non puote;

Anzi sovente in uso empio e profano

Confonde le due leggi a sè mal note.

Ed or dalle spelonche, ove, lontano

Dal volgo, esercitar suol l’arti ignote,

Vien nel pubblico rischio al suo Signore;

A Re malvagio consiglier peggiore.


In realtà se la prima idea era quella di riprendere la figura di Ismeno, il risultato è stato completamente diverso.

Se all'inizio, nel testo, si legge solo di un uomo malvagio e rabbioso che vuole conquistare Vestres e l'intero mondo, con il procedere della storia e con il disvelarsi di segreti e particolari, si comprende come in realtà anche nel suo cuore siano albergati e si trovino ancora sentimenti di amicizia e amore. Lo si vede ad esempio dal rapporto instaurato con le due allieve, Erichto e Picatrix, per cui era stato quasi come un padre e si manifesta nella scena della lotta con Tarchun. Se il sacerdote, però, saprà comprendere i suoi errori e arrivare a riprendere la giusta strada, Ataris si lascerà sopraffare dalla rabbia, confermandosi un assassino e dovendo abbandonare per sempre ogni sua ambizione e il suo tragico amore. 

Il romanzo è disponibile online e in libreria.

Ecco il passo del libro dove viene per la prima volta descritto Ataris:

Il mago, che si trovava a un tavolo intento ad analizzare un libro, udì la richiesta, o meglio l'ordine dell'uomo, e si avvicinò subito all'ingresso.

“Turno, salve! Che cosa ti porta nelle mie stanze?”, chiese con un sorriso beffardo. ”Entra”.

L'uomo entrò e dopo aver dato un rapido sguardo alla camera, tra libri, contenitori di vetro, oggetti di cui ignorava l'utilizzo in materiali preziosi venuti da chissà quale parte del mondo, disse: “Perché hai dato l'ordine dei due ultimi attacchi? Che cosa ti salta in testa? Le sirene e i tritoni sono stati quasi decimati e abbiamo perso alcuni degli uomini migliori grazie all'invio della scialuppa dell'altro giorno. Se, poi, al posto che star qui a studiare testi probabilmente inutili e realizzare intrugli ti affacciassi e guardassi il campo sotto di noi vedresti un panorama di desolazione. I nostri uomini sono allo stremo. Chi li addestra è un incapace. Pretendo di avere io in mano la preparazione dei soldati. Sono stato chiamato qui per aiutarvi nella strategia di attacco e per condurre l'esercito in battaglia ma non vengo ascoltato in nessun modo. Lascia che sio io ad addestrare i soldati e a pensare agli attacchi. Quando sarà l'ora, i soldati non seguiranno un condottiero di cui non conoscono quasi il viso e non si è mai preoccupato di loro. I militari in quel cortile non sono assolutamente in grado di formare dei soldati pronti per un combattimento. Sono solo capaci di massacrare quei ragazzi inutilmente. Non si può combattere così una guerra”.

Il mago rimase per qualche istante pensieroso, poi acconsentì: “Va bene, Turno. Avviserò i generali che da domani sarai tu ad occuparti degli addestramenti e alla supervisione delle operazioni.”

Seguì un attimo di silenzio in cui Ataris si aspettava la dipartita di Turno, ma l'uomo incalzò ancora: “Ho un'altra cosa da chiederti”.

“Dimmi pire”.

“Chi sarebbe questo Ofiuco, per cui hai mandato quei ragazzi a morire? Sai almeno se è sopravvissuto qualcuno?”.

“Non so se qualcuno è salvo, ma gli orux di solito non lasciano scampo. L'Ofiuco è qualcuno in grado di curare quasi tutti i mali e, soprattutto, è qualcuno di molto caro per il nostro Dio.”

“Che cosa intendi dire?”

“Lo saprai a suo tempo... Intanto, presto avremo qualcun altro nelle nostre file. Arriveranno due giovani Arath, mie allieve, di cui una abile nel realizzare cure per numerose malattie, e, se tutto va bene, anche il secondo dio”.

“Sono scettico su questo. Potrebbe allearsi con Maris o non voler comunque saperne della nostra guerra. Intanto a Vestres cosa sta succedendo? Gli uccelli delle tempeste cosa ti dicono?”.

“Sono spaventati dai nostri continui assalti. Credono che siamo forti e organizzati. Intanto il loro lavoro sugli Aisna sta proseguendo alacremente”.

“E come pensi di fermarli?”

“Con il generale Alanys abbiamo in mente un'altra incursione. Vieni ti mostro il piano”.

Il mago fece avvicinare Turno a una ricostruzione in miniatura di Vestres. Gli occhi del guerriero erano quasi spaventati nel vedere il compiacimento del mago: i suoi occhi verdi brillavano, quasi di pazzia, il suo ghigno dipinto su un volto magro ed emaciato era inquietante, i capelli ricci e crespi che componevano quasi un casco sopra il capo ondeggiavano leggermente ai suoi movimenti, mentre le mani ossute si muovevano con eleganza sulle figure per spiegare il da farsi. Era un uomo non più giovane, sempre vestito di abiti e mantelli ricchi, chitoni lunghi di diverse fogge fatti di broccato intessuto con oro proveniente dalle estreme regioni d'Oriente, spesso nelle tonalità più scure del verde, e arricchiti da spille e monili in metalli e pietre preziose. Quando ebbe finito la sua spiegazione, Turno non poté che acconsentire al piano di Ataris anche se il suo atteggiamento continuava a fargli paura.


lunedì 11 marzo 2024

11 marzo 1544, nasce Torquato Tasso

 Oggi, 11 marzo, ricorre l'anniversario della nascita di Torquato Tasso, come già sapete, uno dei miei autori preferiti (vi ho parlato diverse volte anche dei personaggi di Lo specchio di Giano ispirati a quelli della Gerusalemme Liberata). 

Nato nel 1544, è considerato il primo autore moderno. Artista dall'animo tormentato, venne particolarmente apprezzato dai romantici poiché incarna il personaggio del letterato che per via della sua sensibilità entra in conflitto con la società: Tasso era quindi per i romantici l'immagine del conflitto tra genialità e limiti posti dalla realtà. 

La sua figura ha alimentato in passato un vero e proprio culto, suscitando l’ammirazione da parte di altri “grandi” della letteratura come Goethe, che firmò la tragedia dal titolo Torquato Tasso, e Leopardi. E' proprio dall'operetta morale dedicata al Tasso che è partito il mio amore per questo scrittore e poeta, che non mi ha mai abbandonato nel corso degli anni. 

Per questo, se di solito celebro un autore citando una sua opera, questa volta riporto un lavoro a lui dedicato: dalle Operette Morali di Leopardi, il Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio, che si riferisce al periodo di prigionia dell'autore nell'Ospedale Sant'Anna, nella celebre cella detta poi "del Tasso", dove rimase per sette anni. A seguire l'incompiuta Canzone al Metauro, in cui Torquato esprime tutto il suo tormento. 

Ritratto anonimo del Tasso - Web Gallery of Art: Immagine  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15418320

Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio

Genio: Come stai, Torquato?

Tasso: Ben sai come si può stare in una prigione, e dentro ai guai fino al collo.

Genio: Via, ma dopo cenato non è tempo da dolersene. Fa buon animo, e ridiamone insieme.

Tasso: Ci son poco atto. Ma la tua presenza e le tue parole sempre mi consolano. Siedimi qui accanto.

Genio: Che io segga? La non è già cosa facile a uno spirito. Ma ecco: fa conto ch’io sto seduto.

Tasso: Oh potess’io rivedere la mia Leonora. Ogni volta che ella mi torna alla mente, mi nasce un brivido di gioia, che dalla cima del capo mi si stende fino all’ultima punta de’ piedi; e non resta in me nervo né vena che non sia scossa. Talora, pensando a lei, mi si ravvivano nell’animo certe immagini e certi affetti, tali, che per quel poco tempo, mi pare di essere ancora quello stesso Torquato che fui prima di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, e che ora io piango tante volte per morto. In vero, io direi che l’uso del mondo, e l’esercizio de’ patimenti, sogliono come profondare e sopire dentro a ciascuno di noi quel primo uomo che egli era: il quale di tratto in tratto si desta per poco spazio, ma tanto più di rado quanto è il progresso degli anni; sempre più poi si ritira verso il nostro intimo, e ricade in maggior sonno di prima; finché durando ancora la nostra vita, esso muore. In fine, io mi maraviglio come il pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per così dire, l’anima, e farmi dimenticare tante calamità. E se non fosse che io non ho più speranza di rivederla, crederei non avere ancora perduta la facoltà di essere felice.

Genio: Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere la donna amata, o pensarne?

Tasso: Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.

Genio: Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i raggi d’attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi.

Tasso: Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un gran peccato delle donne; che alla prova, elle ci riescano così diverse da quelle che noi le immaginavamo?

Genio: Io non so vedere che colpa s’abbiano in questo, d’esser fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia e nettare. Qual cosa del mondo ha pure un’ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che le donne in fatti non sieno angeli.

Tasso: Con tutto questo, io mi muoio dal desiderio di rivederla, e di riparlarle.

Genio: Via, questa notte in sogno io te la condurrò davanti; bella come la gioventù; e cortese in modo, che tu prenderai cuore di favellarle molto più franco e spedito che non ti venne fatto mai per l’addietro: anzi all’ultimo le stringerai la mano; ed ella guardandoti fiso, ti metterà nell’animo una dolcezza tale, che tu ne sarai sopraffatto; e per tutto domani, qualunque volta ti sovverrà di questo sogno, ti sentirai balzare il cuore dalla tenerezza.

Tasso: Gran conforto: un sogno in cambio del vero.

Genio: Che cosa è il vero?

Tasso: Pilato non lo seppe meno di quello che lo so io.

Genio: Bene, io risponderò per te. Sappi che dal vero al sognato, non corre altra differenza, se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce, che quello non può mai.

Tasso: Dunque tanto vale un diletto sognato, quanto un diletto vero?

Genio: Io credo. Anzi ho notizia di uno che quando la donna che egli ama, se gli rappresenta dinanzi in alcun sogno gentile, esso per tutto il giorno seguente, fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell’immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa, e che il vero, cancellandogli dalla mente il falso, priverebbe lui del diletto straordinario che ne ritrae. Però non sono da condannare gli antichi, molto più solleciti, accorti e industriosi di voi, circa a ogni sorta di godimento possibile alla natura umana, se ebbero per costume di procurare in vari modi la dolcezza e la giocondità dei sogni; né Pitagora è da riprendere per avere interdetto il mangiare delle fave, creduto contrario alla tranquillità dei medesimi sogni, ed atto a intorbidarli2; e sono da scusare i superstiziosi che avanti di coricarsi solevano orare e far libazioni a Mercurio conduttore dei sogni, acciò ne menasse loro di quei lieti; l’immagine del quale tenevano a quest’effetto intagliata in su’ piedi delle lettiere3. Così, non trovando mai la felicità nel tempo della vigilia, si studiavano di essere felici dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l’ottenessero; e che da Mercurio fossero esauditi meglio che dagli altri Dei.

Tasso: Per tanto, poiché gli uomini nascono e vivono al solo piacere, o del corpo o dell’animo; se da altra parte il piacere è solamente o massimamente nei sogni, converrà ci determiniamo a vivere per sognare: alla qual cosa, in verità, io non mi posso ridurre.

Genio: Già vi sei ridotto e determinato, poiché tu vivi e che tu consenti di vivere. Che cosa è il piacere?

Tasso: Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che cosa sia.

Genio: Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione: perché il piacere è un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto, e non un sentimento. Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorché desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili; non potendovi contentare il goder che fate in ciascuno di quei momenti, state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agl’istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giunger dell’istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver goduto, con raccontarlo anche agli altri, non per sola ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste pur fare a voi stessi. Però chiunque consente di vivere, nol fa in sostanza ad altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche.

Tasso: Non possono gli uomini credere mai di godere presentemente?

Genio: Sempre che credessero cotesto, godrebbero in fatti. Ma narrami tu se in alcun istante della tua vita, ti ricordi aver detto con piena sincerità ed opinione: io godo. Ben tutto giorno dicesti e dici sinceramente: io godrò; e parecchie volte, ma con sincerità minore: ho goduto. Di modo che il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente.

Tasso: Che è quanto dire e sempre nulla.

Genio: Così pare.

Tasso: Anche nei sogni.

Genio: Propriamente parlando.

Tasso: E tuttavia l’obbietto e l’intento della vita nostra, non pure essenziale ma unico, è il piacere stesso; intendendo per piacere la felicità; che debbe in effetto esser piacere; da qualunque cosa ella abbia a procedere.

Genio: Certissimo.

Tasso: Laonde la nostra vita, mancando sempre del suo fine, è continuamente imperfetta: e quindi il vivere è di sua propria natura uno stato violento.

Genio: Forse.

Tasso: Io non ci veggo forse. Ma dunque perché viviamo noi? voglio dire, perché consentiamo di vivere?

Genio: Che so io di cotesto? Meglio lo saprete voi, che siete uomini.

Tasso: Io per me ti giuro che non lo so.

Genio: Domandane altri de’ più savi, e forse troverai qualcuno che ti risolva cotesto dubbio.

Tasso: Così farò. Ma certo questa vita che io meno, è tutta uno stato violento: perché lasciando anche da parte i dolori, la noia sola mi uccide.

Genio: Che cosa è la noia?

Tasso: Qui l’esperienza non mi manca, da soddisfare alla tua domanda. A me pare che la noia sia della natura dell’aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl’intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vòto alcuno; così nella vita nostra non si dà vòto; se non quando la mente per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l’animo considerato anche in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e il diletto.

Genio: E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile ai ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l’aria in questi, così la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Veramente per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qual desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana, per modo di dire, è composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia; dall’una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell’altra. E questo non è tuo destino particolare, ma comune di tutti gli uomini.

Tasso: Che rimedio potrebbe giovare contro la noia?

Genio: Il sonno, l’oppio, e il dolore. E questo è il più potente di tutti: perché l’uomo mentre patisce, non si annoia per niuna maniera.

Tasso: In cambio di cotesta medicina, io mi contento di annoiarmi tutta la vita. Ma pure la varietà delle azioni, delle occupazioni e dei sentimenti, se bene non ci libera dalla noia, perché non ci reca diletto vero, contuttociò la solleva ed alleggerisce. Laddove in questa prigionia, separato dal commercio umano, toltomi eziandio lo scrivere, ridotto a notare per passatempo i tocchi dell’oriuolo, annoverare i correnti, le fessure e i tarli del palco, considerare il mattonato del pavimento, trastullarmi colle farfalle e coi moscherini che vanno attorno alla stanza, condurre quasi tutte le ore a un modo; io non ho cosa che mi scemi in alcun parte il carico della noia.

Genio: Dimmi: quanto tempo ha che tu sei ridotto a cotesta forma di vita?

Tasso: Più settimane, come tu sai.

Genio: Non conosci tu dal primo giorno al presente, alcuna diversità nel fastidio che ella ti reca?

Tasso: Certo che io lo provava maggiore a principio: perché di mano in mano la mente, non occupata da altro e non isvagata, mi si viene accostumando a conversare seco medesima assai più e con maggior sollazzo di prima, e acquistando un abito e una virtù di favellare in se stessa, anzi di cicalare, tale, che parecchie volte mi pare quasi avere una compagnia di persone in capo che stieno ragionando, e ogni menomo soggetto che mi si appresenti al pensiero, mi basta a farne tra me e me una gran diceria.

Genio: Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E quest’assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere che intervenga solo a’ tuoi simili, già consueti a meditare; ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e dilettando, come egli soleva a’ suoi primi anni. Di modo che la solitudine fa quasi l’ufficio della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, ravvalora e rimette in opera l’immaginazione, e rinnuova nell’uomo esperimentato i beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo e l’unico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi. Spessissimo ve la conviene strascinare co’ tarla in sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti quello di chi ti opprime. Addio.

Tasso: Addio. Ma senti. La tua conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia tristezza: ma questa per la più parte del tempo è come una notte oscurissima, senza luna né stelle; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli, piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare.

Genio: Ancora non l’hai conosciuto? In qualche liquore generoso.

La canzone al Metauro

O del grand’Apennino

figlio picciolo sì ma glorioso,

e di nome più chiaro assai che d’onde;

fugace peregrino

a queste tue cortesi amiche sponde

per sicurezza vengo e per riposo.

L'alta Quercia che tu bagni e feconde

con dolcissimi umori, ond’ella spiega

i rami sì ch’i monti e i mari ingombra,

mi ricopra con l’ombra.

L’ombra sacra, ospital, ch’altrui non niega

al suo fresco gentil riposo e sede,

entro al piú denso mi raccoglia e chiuda,

sì ch’io celato sia da quella cruda

e cieca dèa, ch’è cieca e pur mi vede,

ben ch’io da lei m’appiatti in monte o ‘n valle

e per solingo calle

notturno io mova e sconosciuto il piede;

e mi saetta sì che ne’ miei mali

mostra tanti occhi aver quanti ella ha strali.


Ohimè! dal dì che pria

trassi l’aure vitali e i lumi apersi

in questa luce a me non mai serena,

fui de l’ingiusta e ria

trastullo e segno, e di sua man soffersi

piaghe che lunga età risalda a pena.

Sàssel la gloriosa alma sirena,

appresso il cui sepolcro ebbi la cuna:

così avuto v’avessi o tomba o fossa

a la prima percossa!

Me dal sen de la madre empia fortuna

pargoletto divelse. Ah! di quei baci,

ch’ella bagnò di lagrime dolenti,

con sospir mi rimembra e degli ardenti

preghi che se ‘n portár l’aure fugaci:

ch’io non dovea giunger più volto a volto

fra quelle braccia accolto

con nodi così stretti e sì tenaci.

Lasso! e seguii con mal sicure piante,

qual Ascanio o Camilla, il padre errante.


In aspro essiglio e ‘n dura

povertà crebbi in quei sì mesti errori;

intempestivo senso ebbi a gli affanni:

ch’anzi stagion, matura

l’acerbità de’ casi e de’ dolori

in me rendé l’acerbità de gli anni.

L’egra spogliata sua vecchiezza e i danni

narrerò tutti. Or che non sono io tanto

ricco de’ propri guai che basti solo

per materia di duolo?

Dunque altri ch’io da me dev’esser pianto?

Già scarsi al mio voler sono i sospiri,

e queste due d’umor sì larghe vene

non agguaglian le lagrime a le pene.

Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri,

egro e morto ti piansi, e ben tu il sai,

e gemendo scaldai

la tomba e il letto: or che ne gli alti giri

tu godi, a te si deve onor, non lutto:

a me versato il mio dolor sia tutto.


domenica 10 marzo 2024

Lo specchio di Giano, una fonte di ispirazione... inaspettata

 Ripeto praticamente in ogni blog post e il tutti i contenuti che propongo su Facebook e Instagram che "Lo Specchio di Giano" è ispirato agli Etruschi e ai popoli antichi. Potete quindi immaginare come le mie principali fonti di ispirazione siano le opere greche e latine. Ma ce ne è una a cui forse nessuno pensa e che mi accompagna da quando sono ragazza: La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, a cui mi sono appassionata grazie a un "suggerimento" illustre. Sono stati infatti i testi di Leopardi dedicati a Tasso a farmi decidere di intraprendere quella lettura.

Ho letto il poema eroico diverse volte, tutte in momenti abbastanza particolari della mia vita, caratterizzati da diverse difficoltà. La costruzione della trama, il finale, i personaggi sono sempre riusciti da una parte ad emozionarmi dall'altra a rasserenarmi, nonostante la distanza linguistica di diversi secoli. L'ultima volta che ho sfogliato queste fantastiche pagine è stato proprio durante la scrittura dell'ebook, per prendere qualche spunto, per scenari e caratteri ma anche per la descrizione di duelli e battaglie. 


Per descrivere Ataris sono stata molto influenzata dalla figura di Ismeno, tanto che all'inizio avevo scelto questo nome per il personaggio. Thanaquil guarda in parte a Clorinda, Armida è uno dei modelli delle due streghe Erichto e Picatrix, mentre Turno, nonostante il nome di chiara ascendenza virgiliana, ricalca Solimano, secondo me uno dei personaggi più affascinanti e moderni di tutto il poema (all'inizio Turno avrebbe dovuto chiamarsi Solman poi ho preferito un nome di ascendenza latina). Ho mantenuto il nome tassiano a un solo personaggio, che non ricalca però l'originale: si tratta di Vafrino, il servo di Turno.


Ecco un passo dal canto nono che parla del sultano di Nicea, che nel poema combatte valorosamente contro l'esercito cristiano, finché cade per mano di Rinaldo.

     A costui viene Aletto: e da lei tolto

È ’l sembiante d’un uom d’antica etade.

Vota di sangue, empie di crespe il volto,

Lascia barbuto il labbro, e ’l mento rade:

Dimostra il capo in lunghe tele avvolto;

La veste oltra ’l ginocchio al piè gli cade,

La scimitarra al fianco, e ’l tergo carco

Della faretra, e nelle mani ha l’arco.

     Noi, gli dice ella, or trascorriam le vote

Piaggie, e le arene sterili e deserte:

Ove nè far rapina omai si puote,

Nè vittoria acquistar che loda merte.

Goffredo intanto la Città percuote,

E già le mura ha con le torri aperte:

E già vedrem, s’ancor si tarda un poco,

Insin di qua le sue ruine, e ’l foco.

     Dunque accesi tugurj, e gregge, e buoi

Gli alti trofei di Soliman saranno?

Così racquisti il regno? e così i tuoi

Oltraggj vendicar ti credi, e ’l danno?

Ardisci, ardisci: entro ai ripari suoi,

Di notte, opprimi il barbaro Tiranno.

Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio

E nel regno provasti, e nell’esiglio.

     Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza

Gli Arabi, ignudi in vero e timorosi:

Nè creder mai potrà che gente avvezza

Alle prede alle fughe, or cotanto osi:

Ma fieri gli farà la tua fierezza

Contra un campo che giaccia inerme, e posi.

Così gli disse; e le sue furie ardenti

Spirogli al seno, e si mischiò tra’ venti.

     Grida il Guerrier, levando al Ciel la mano,

O tu, che furor tanto al cor m’irriti,

Ned uom sei già, sebben sembiante umano

Mostrasti; ecco io ti seguo ove m’inviti.

Verrò, farò là monti ov’ora è piano;

Monti d’uomini estinti, e di feriti:

Farò fiumi di sangue. Or tu sia meco,

E reggi l’arme mie per l’aer cieco.

     Tace, e senza indugiar le turbe accoglie,

E rincora parlando il vile e ’l lento:

E nell’ardor delle sue stesse voglie

Accende il campo a seguitarlo intento.

Dà il segno Aletto della tromba, e scioglie

Di sua man propria il gran vessillo al vento.

Marcia il campo veloce, anzi sì corre,

Che della fama il volo anco precorre.


lunedì 22 gennaio 2024

Tommaso Grossi e I Lombardi alla prima crociata

 Di solito non mi spingo oltre il Settecento, ma oggi vorrei ricordare un autore romantico, nato a Bellano, il 23 gennaio 1790 e morto a Milano il 10 dicembre 1853. Si tratta di Tommaso Grossi, scrittore, poeta e notaio italiano, esponente del Romanticismo lombardo, amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni.

Tra le sue opere principali troviamo la Prineide, un poemetto satirico in milanese e in sestine di endecasillabi, definito da Stendhal "la maggiore satira che la letteratura abbia prodotto nell'ultimo secolo", le novelle in versi La fuggitiva, in dialetto milanese e poi in italiano, e Ildegonda, in italiano, e il romanzo storico di ambientazione trecentesca Marco Visconti.

Inoltre scrisse il poema storico I Lombardi alla prima crociata, pubblicato nel 1826, in cui tentò di effettuare una sorta di "rivisitazione" più scorrevole e aggiornata, della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. L'opera che non ebbe il favore della critica, tuttavia, con le sue 3500 copie risultò l'opera letteraria con più alta tiratura del tempo. Alcuni decenni più tardi, il melodramma omonimo di Giuseppe Verdi. 

 Il poema è citato nel capitolo XI dei Promessi Sposi dell'amico Manzoni: 

"Leva il muso, odorando il vento infido,

se mai gli porti sentore d'uomo o di ferro, drizza gli orecchi acuti, e gira due occhi sanguigni da cui traluce insieme l'ardore della preda e il terrore della caccia. Del rimanente, quel bel verso, chi volesse saper donde venga, è tratto da una diavoleria inedita di crociate e di lombardi, che presto non sarà più inedita, e farà un bel romore; e io l'ho pigliato perché mi veniva a taglio, e donde l'ho tolto, lo dico per non farmi bello dell'altrui: che non pensasse taluno ch'ella sia una mia arte per far sapere che l'autore di quella diavoleria ed io siamo come fratelli, e ch'io frugo a mia voglia ne' suoi manoscritti".


Ecco un parte dell'incipit, dallo stile tipicamente ottocentesco, in cui viene descritto l'arrivo dei Lombardi in Terra Santa:

E per l’ardente, faticosa arena

Di larghi piani o d’affondate valli,

Ogni dì più fiaccavasi la lena

Delle bestie da soma e de’ cavalli

Che a fren guidati si reggeano a pena

Su per quei dubbi, svariati calli,

E dall’ arsura e dal travaglio spenti

Cadeano a frotte, ingombro ai sorvegnenti.


venerdì 14 luglio 2023

15 luglio 1099, termina la Prima crociata con la conquista di Gerusalemme

 Fu un assedio abbastanza breve quello di Gerusalemme durante la prima crociata, iniziata, come vi ho già raccontato (qui il blog post) il 7 giugno e terminata il 15 luglio 1099. Sotto la guida di Goffredo di Buglione e Raimondo IV di Tolosa, i crociati riuscirono a conquistare la città e ad impadronirsi dei luoghi sacri della religione cristiana. 

La vicenda, come già sapete, è oggetto di uno dei miei libri preferiti, La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, per me fonte di ispirazione nella mia attività di scrittura (qui vi parlo del rapporto tra il personaggio di Turno di Lo specchio di Giano e Solimano, qui della mia passione per il poema). 

L'attacco decisivo a Gerusalemme iniziò il 13 luglio: le truppe di Raimondo si rivolsero verso la porta a sud mentre gli altri contingenti si concentrarono sul muro settentrionale. Il 15 luglio venne dato l'ultimo assalto ad entrambe le estremità della città e così venne conquistato il bastione interno del muro settentrionale. 

Nel panico che seguì, i difensori abbandonarono le mura cittadine, consentendo ai crociati di entrare. Goffredo di Buglione, eroe della Liberata, entrò fra i primissimi nella città, coi suoi fratelli Baldovino ed Eustachio, alla testa dei suoi Lotaringi. 

Il massacro che seguì la presa di Gerusalemme fu particolarmente cruento anche se alcuni storici ritengono che le proporzioni dell'evento furono esagerate nei successivi racconti medievali.



Ecco il finale della Gerusalemme Liberata, in cui Goffredo di Buglione scioglie il suo voto davanti al Santo Sepolcro:

Così vince Goffredo; ed a lui tanto

Avanza ancor della diurna luce,

Ch’alla Città già liberata, al santo

Ostel di Cristo i vincitor conduce.

Nè pur deposto il sanguinoso manto,

Viene al tempio con gli altri il sommo duce:

E quì l’arme sospende: e quì devoto

Il gran sepolcro adora, e scioglie il voto.


martedì 6 giugno 2023

7 giugno 1099, inizia l'assedio di Gerusalemme durante la prima crociata

 Oggi ricorre l'anniversario dell'inizio dell'assedio di Gerusalemme durante la prima crociata, durato dal 7 giugno al 15 luglio 1099. Sotto la guida di Goffredo di Buglione e Raimondo IV di Tolosa, i crociati riuscirono a conquistare la città e ad impadronirsi dei luoghi sacri della religione cristiana. 

La vicenda è oggetto di uno dei miei libri preferiti, La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, per me fonte di ispirazione nella mia attività di scrittura (qui vi parlo del rapporto tra il personaggio di Turno di Lo specchio di Giano e Solimano, qui della mia passione per il poema). 

La prima crociata fu l'unica che conquistò Gerusalemme e in cui non parteciparono sovrani. Filippo I di Francia era scomunicato, Guglielmo II d'Inghilterra, uno dei figli del Conquistatore, era in disaccordo col papa, e quindi la guerra fu guidata da nobili speranzosi di prendersi nuovi territori con le armi, di acquistare fama o sinceramente convinti di servire Dio.

Goffredo di Buglione duca d'Alta Lorena, Raimondo di Saint-Gilles conte di Tolosa, i normanni Boemondo e Tancredi di Taranto, Roberto di Normandia, altro figlio del Conquistatore, che per finanziare la sua impresa vendette i suoi possedimenti al fratello re d'Inghilterra, sono i più noti. Alcuni di loro sono tra i protagonisti del poema eroico del Tasso. In particolare, è Goffredo che nel libro guida la schiera cristiana ed è presentato dall'autore come un protagonista. Tuttavia risulta uno dei personaggi meno interessanti di tutta l'opera. 


Ecco il proemio della Gerusalemme Liberata, che si apre sulla figura di Goffredo di Buglione:

Canto l’arme pietose, e ’l Capitano

Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo.

Molto egli oprò col senno e con la mano;

Molto soffrì nel glorioso acquisto:

E invan l’Inferno a lui s’oppose; e invano

s’armò d’Asia e di Libia il popol misto:

Chè ’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi

Segni ridusse i suoi compagni erranti.

     O Musa, tu, che di caduchi allori

Non circondi la fronte in Elicona,

Ma su nel Cielo infra i beati cori

Hai di stelle immortali aurea corona;

Tu spira al petto mio celesti ardori,

Tu rischiara il mio canto, e tu perdona

S’intesso fregj al ver, s’adorno in parte

D’altri diletti, che de’ tuoi le carte.

  Sai che là corre il mondo, ove più versi

Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;

E che ’l vero condito in molli versi,

I più schivi allettando ha persuaso.

Così all’egro fanciul porgiamo aspersi

Di soavi licor gli orli del vaso:

Succhi amari, ingannato, intanto ei beve,

E dall’inganno suo vita riceve.


giovedì 2 marzo 2023

Lo specchio di Giano, il guerriero Turno e... Solimano

Turno: il nome sarà certamente noto ai cultori della letteratura latina. Si tratta, infatti, di un personaggio dell'Eneide, più precisamente dell'antagonista di Enea. Turno è il re dei Rutuli, a cui era stata promessa in sposa Lavinia, figlia di Latino, che sposerà poi l'eroe troiano. 

Giovane e bellissimo, è anche semidio, essendo figlio di Dauno e della ninfa Venilia, andando a ricordare sia un questo particolare sia nel carattere l'Achille dell'Iliade. Il nome mitologico di Turno viene fatto derivare dal greco antico Touros, che ha significato di animo impetuoso; secondo talune fonti potrebbe invece intendersi come Turrenos. È un sovrano molto amato dai suoi guerrieri e anche dagli alleati. Nella guerra contro i Troiano, il guerriero si batte con passione e ardore, cedendo occasionalmente alla ferocia.

Devo dire che leggendo il poema virgiliano ho sempre avuto una grande simpatia per questo personaggio, parteggiando per lui, nonostante l'avvicinarsi, verso per verso, di un finale già conosciuto.

Simpatia che ho avuto anche per un altro personaggio dalla tragica fine e che ricalca in un certo qual modo il guerriero italico: Solimano della Gerusalemme Liberata, uno dei personaggi più affascinanti e moderni di tutto il poema. Si tratta del sultano di Nicea, che, dopo aver perso la sua terra, combatte valorosamente contro l'esercito cristiano, in molti e vittoriosi scontri, finché cade per mano di Rinaldo.

Il condottiero incarna il male in una grandezza straordinaria. Indossa un elmo spaventoso dove è raffigurato un serpente che nella battaglia sembra prendere vita.

Ecco che il Turno del mio romanzo fantasy Lo Specchio di Giano guarda al sovrano di Nicea tanto che inizialmente doveva riprendere il suo nome. Ho preferito poi dare a questo personaggio un nome di ascendenza latina e quale appellativo meglio di Turno veniva incontro a questo carattere? Il Turno dell'ebook è sì crudele ma ha un barlume di umanità che lo porta a salvare Vafrino e lo trascina nella storia d'amore con Thanaquil. 

Il guerriero, nel libro, è arrivato ormai all'età matura ma non rinuncia al suo desiderio di riavere la sua terra. E' amato dai suoi soldati e dal suo servo Vafrino. Gli incontri e le vicissitudini che dovrà affrontare durante il conflitto lo porteranno, però, a un cambio di prospettiva e a un mutamento delle sue aspirazioni. 

Nota (spoiler) sul finale: il Turno virgiliano e il Solimano tassiano, con cui sono entrata in grande empatia durante la lettura delle rispettive opere facendomi disperare per la loro sorte, hanno avuto una fine tragica che non ho voluto riproporre in Lo specchio di Giano.

Foto di Octavian Dan su Unsplash

Ecco un brano dell'ebook disponibile su Amazon e su altre piattaforme che parla di Turno:

Turno era determinato a vincere la sua guerra e a radere al suolo i templi di Vestres e la città, contribuendo ad annullare il potere degli dei reggenti. Rivoleva la sua terra e voleva viverla, una volta aiutato Ataris a realizzare il suo piano. Stava per affrontare la battaglia della sua vita, l'ultima a cui non ne sarebbero seguite altre, in qualsiasi modo fosse finita. La sua grinta e la sua ferocia, compagne di tante lotte, stavano salendo, la sua fronte si stava aggrottando, bagnata da un sudore freddo, dalle narici usciva aria soffiata fuori come se fosse fuoco.

Stava arrivando anche la resa dei conti nei confronti di Thanaquil. Sapeva che sarebbe stata là a difendere il suo amato Paese e forse se la sarebbe trovata davanti, splendente, vestita dalla sua armatura da guerriera, che voleva affrontarlo. Non avrebbe avuto pietà di chi aveva tradito la sua fiducia ed era fuggita senza che lui sapesse nulla. Se fosse rimasta con lui, Turno avrebbe potuto difenderla, pensava. Ma lei aveva scelto il passato e non il suo amore. E quello che sembrava il suo fedele servitore, un ragazzo che lo adorava ed eseguiva ogni suo ordine scrupolosamente, era andato via con lei.

Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro...