Visualizzazione post con etichetta animali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta animali. Mostra tutti i post

mercoledì 12 luglio 2023

Caratteri e impronte, La volpe e il corvo di Esopo

 Torna la rubrica dedicata a letteratura e animali, Caratteri e impronte, nata in attesa del mio secondo libro. In uno spazio di questo tipo, non possono mancare le Favole di Esopo. Lo scrittore è considerato l'iniziatore della favola come forma letteraria scritta. Si tratta di opere archetipiche, brevi, in cui gli animali sono personificati e rappresentano caratteristiche e vizi umani. Lo scopo, come tutti sapete, è quello di comunicare una morale ai più piccoli, insegnando i valori della vita, i pericoli e le cattive azioni. La morale è esplicitata di solito in una breve frase alla fine del componimento come accade il "La volpe e il corvo".


La volpe e il corvo

Un corvo era andato a posarsi su un albero dopo aver rubato un pezzo di carne. La volpe lo vide e le venne voglia di quella carne. 

Si fermò sotto il corvo e gli fece grandi lodi, dicendo che lui era il migliore tra gli uccelli e presto sarebbe diventato il loro re; che aveva un corpo perfetto, con piume bellissime, becco possente e zampe slanciate.

"Peccato solo che tu sia muto!" aggiunse la volpe. Il corvo, pieno d’orgoglio per i complimenti, volle dimostrare alla volpe che anche lui aveva una bella voce: spalancò il becco e cominciò a cantare. Ma il formaggio cadde dal becco e la volpe, con un balzo, lo afferrò. 

"Potresti senza dubbio essere il Re degli uccelli, se solo tu avessi anche il cervello", disse la volpe al corvo.

Ecco una favola per un uomo stolto.


giovedì 1 giugno 2023

Caratteri e impronte, L'assiuolo di Giovanni Pascoli

 Siamo al nuovo appuntamento con la rubrica dedicata a letteratura e animali Caratteri e impronte, nata in attesa del mio secondo libro. Questa puntata è dedicata a una delle poesie italiane ottocentesche più famose. 

Chiù: il monosillabo cupo che risuona nella notte è il motivo conduttore della poesia, che ci rivela l'identità del protagonista, L’assiuolo.

Questo componimento di Giovanni Pascoli fu pubblicato per la prima volta sulla rivista fiorentina di letteratura Il Marzocco nel 1897 e in seguito fu inclusa nella raccolta Myricae.

L’uso reiterato dell’onomatopea chiù evoca un suono tetro, che si tramuta in presagio. Si tratta del verso di un uccello rapace simile alla civetta, che l'autore tuttavia non descrive ma che cita soltanto nel titolo. 

Chiù scandisce il finale di tutte le strofe della poesia, facendo aumentare il senso di angoscia nel lettore - prima è una voce, poi un singulto, infine un canto di morte - e donando alla lirica una struttura circolare.

Il componimento si apre con una descrizione di vita campestre, con la luna che riluce come un’alba perlacea tra i rami degli alberi. Ma quasi subito si ha un cambio di atmosfera, con l'avvicinarsi di un temporale e la voce dell'assiuolo che arriva dai campi. 

Nella seconda strofa il punto di vista rappresentato è quello dell'autore e il suo stato d'animo riflette l'atmosfera che ha intorno, con un grande senso di mistero. 

Il finale, torna alla descrizione del paesaggio, che assume però un connotato metafisico, con il verso dell’uccello che viene associato alla morte. Il canto dell’assiuolo infatti, secondo antiche credenze, prefigura disgrazia ed è annuncio di morte. Le “porte invisibili che non si aprono più” sono quelle che separano il mondo dei vivi da quello dei morti mentre i sistri sono gli strumenti a percussione utilizzati nell’antico Egitto per il culto della dea Iside, in un altro rimando all’ingresso dell’Oltretomba. 

La poesia è quindi una riflessione sul mistero della fine della vita. 



L’assiuolo di Giovanni Pascoli

Dov’era la luna? ché il cielo

notava in un’alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù;

veniva una voce dai campi:

chiù...


Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare,

sentivo un fru fru tra le fratte;

sentivo nel cuore un sussulto,

com’eco d’un grido che fu.

Sonava lontano il singulto:

chiù...


Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento:

squassavano le cavallette

finissimi sistri d’argento

(tintinni a invisibili porte

che forse non s’aprono più?...);

e c’era quel pianto di morte...

chiù...


giovedì 25 maggio 2023

Caratteri e impronte: Cane e padrone di Thomas Mann

 Dopo le fantasiose opere di Luciano di Samosata e Apuleio, per la rubrica dedicata a letteratura e animali, Caratteri e Impronte, torniamo a un autore del Novecento, Thomas Mann, che ci ha lasciato uno dei racconti più belli sul rapporto tra gli uomini e il loro amici a quattro zampe, Cane e padrone

Il racconto, pubblicato la prima volta nel 1919 col titolo Herr und Hund: ein Idyll (Padrone e cane: un idillio), è suddiviso in cinque sezioni, in cui si racconta la vita del cane, Bauschan, insieme alla sua famiglia e in particolare allo stesso autore. 

Mann, racconta di avere l'abitudine di passeggiare con il suo amico peloso in una zona ancora relativamente selvaggia e, nel corso delle loro uscite, a contatto con la natura, fra il cane e il padrone si stabilisce un rapporto di intesa. Col tempo, mentre l'animale sembra umanizzarsi, lo scrittore, che ha osservato con attenzione il comportamento del cane, ne interpreta le inclinazioni e le insofferenze. Nessuno dei due tradisce la propria natura.

Nel 1918, con la guerra che volgeva verso il termine, Thomas Mann sta attraversando un periodo di profondo sconforto ideologico e di delusione filosofica. Si lascia attrarre così da una materia dal tono più lieve di quella trattata in precedenza. Dietro Cane e padrone, quindi, sono ravvisabili premesse ideologico-letterarie ma anche personali: noto è, infatti, l’amore di Mann per i cani, già presenti in altri suoi lavori. Qui vuole descrivere non un cane qualunque ma il suo. 

Bauschan è un cane di travolgente simpatia e vivacità, che nel tempo sviluppa con il suo padrone quasi un rapporto simbiotico. Mann descrive quasi un idillio bucolico, perdendosi nelle descrizioni dei luoghi delle loro avventure con diverse evocazioni artistiche, come la Sinfonia incompiuta di Schubert al Guglielmo Tell. 


La parte inziale di Cane e padrone di Thomas Mann

Quando la bella stagione fa onore al proprio nome e il cinguettar degli uccelli è riuscito a svegliarmi di buon'ora, perché il giorno precedente l'avevo terminato a tempo debito, mi piace, prima di colazione, camminar senza cappello per mezz'oretta all'aperto, nel viale davanti alla casa, oppure negli ampi prati, per respirare qualche boccata della fresca aria mattutina avanti d'immergermi nel lavoro, e per partecipare un po' alle gioie del limpido mattino. Poi, sui gradini, che portano all'uscio di casa, lancio un fischio modulato su due note, tonica e quarta inferiore, simile alla melodia iniziale del secondo movimento della sinfonia incompiuta di Schubert, un segnale che si può considerare pressappoco come la musica a un nome di due sillabe. 

Un istante dopo, mentre continuo a camminare verso la porta del giardino, si ode lontano, in principio appena percettibile, nondimeno sempre più vicino e più chiaro, un leggero scampanellio, come quello che può risultare dallo sbattere d'una medaglietta contro le borchie metalliche d'un collare; e, quando mi volto, vedo Bauschan in piena corsa svoltare all'angolo posteriore della casa e precipitarsi su di me quasi intendesse buttarmi a terra. Per la fatica, ritira un po' il labbro inferiore così da scoprire due o tre dei suoi incisivi, che luccicano d'un bianco splendido al sole mattutino. 

Viene dalla cuccia che si trova là dietro, sotto l'impiantito della veranda sostenuta da pilastri, e dove forse, fino al bisillabo fischio superanimatore, s'è fatto un breve pisolino mattinale dopo una notte passata tra mille avvenimenti. La cuccia è fornita di tende di stoffa ruvida e ricoperta di paglia, per cui accade che qualche fuscello resti attaccato al pelo di Bauschan, per giunta arruffato un po' dal giacere, oppure gli si vada addirittura a ficcare tra le unghie delle zampe: uno spettacolo che ogni volta mi ricorda il vecchio conte Moor, visto un tempo, durante una rappresentazione singolarmente realistica, uscire dalla torre della fame con un fuscello di paglia tra due dita calzate dei suoi poveri piedi. Senza volere mi giro di fianco verso l'irruente, in posizione difensiva, perché la sua pseudo-intenzione di passarmi tra i piedi e di farmi cadere ha potenza illusoria infallibile. All'ultimo momento però, e immediatamente prima dell'urto, riesce a frenare e a deviare, cosa che dimostra il suo autocontrollo tanto fisico che psichico; a questo punto, senza abbaiare perché fa uso parsimonioso della sua voce sonora ed espressiva, prende ad eseguire intorno a me una sconvolta danza di saluto composta di saltelli, di smoderato scodinzolio, che non si limita allo strumento espressivo a tal scopo destinato, la coda, ma coinvolge tutta la parte posteriore fino alle costole, inoltre di contrazioni inanellanti del corpo e pure di capriole scattanti e centrifughe cui si aggiungono giri sul proprio asse, esibizioni tutte che lui, però, cosa strana, usa sottrarre ai miei sguardi, eseguendole sempre, dovunque io mi volti, dalla parte opposta alla mia. 

Tuttavia nell'istante in cui mi chino e tendo la mano, eccolo all'improvviso, con un salto, accanto a me, il corpo premuto al mio stinco, fermo come una statua: si regge appoggiato di traverso, le forti zampe puntate sul terreno, il muso alzato verso di me, così che mi guarda negli occhi alla rovescia e dal basso in alto, e la sua immobilità, mentre gli accarezzo la spalla tra parole buone e a mezza voce, emana attenzione e eccitamento uguali a quelli della frenesia precedente. È un pointer tedesco dal pelo raso, non guardando tale qualificazione troppo per il sottile, bensì intendendola con un pizzico di sale; in quanto un pointer come si deve e secondo le norme più scrupolose, Bauschan non lo è davvero. Come tale è, primo, forse un po' troppo piccolo e, lo si deve far notare, decisamente un po' sotto la statura d'un cane da ferma; secondo ha le zampe anteriori non ben diritte, anzi piegate un tantino verso l'esterno, cosa che pure, probabilmente, non corrisponde con molta esattezza al puro sangue ideale. 

La leggera tendenza alla «giogaia», cioè a quel sacco di pelle aggrinzita della gola, che può conferire un'espressione tanto dignitosa, gli sta alla perfezione; ma pure questa, da parte di un inesorabile allevatore, si contesterebbe come imperfetta perché nei pointer, si dice, la pelle del collo deve tendersi liscia alla gola. Il colore di Bauschan è bellissimo. Il manto, di fondo ruggine, è tigrato di nero. Però vi è mischiato anche molto bianco che predomina decisamente sul petto, sulle zampe e sul ventre, mentre tutto il naso schiacciato pare immerso nel nero. Sulla larga volta cranica e pure sui freschi lobi degli orecchi, il nero forma con il ruggine un disegno vellutato, e la cosa più bella nel suo aspetto è da considerarsi il nodo, ciuffo o ciocca in cui s'attorciglia il pelo bianco al petto e che sporge orizzontale, simile al pungolo di un'antica corazza pettorale. 

Del resto può darsi che pure lo sfarzo cromatico un po' arbitrario del suo manto sia ritenuto «inammissibile» da chi consideri le leggi della specie davanti ai valori della personalità, perché il pointer perfetto deve essere eventualmente ad una tinta o abbellito da chiazze d'altro colore, ma non tigrato. Da un'inquadratura rigidamente schematica di Bauschan dissuade però, nel modo più convincente, una certa peluria penzoloni agli angoli della bocca e nella parte inferiore del muso, che si potrebbe credere, non senza un barlume di ragione, baffi e barbetta e che, presa in considerazione, fa pensare più o meno al tipo del griffone o dello schnauzer. 

Ma pointer o griffone, che bestia bella e buona è Bauschan in ogni caso, come se ne sta appoggiato rigido al mio ginocchio guardando su verso di me con devozione profondamente raccolta! Soprattutto gli occhi sono belli, dolci e intelligenti anche se forse sporgono un po' vitrei. L'iride è ferruginosa, del colore del manto; ma in effetti, a causa d'una forte dilatazione della pupilla dai riflessi neri, forma solo un anello sottile, e d'altra parte il suo colore passa, galleggiandovi, nella sclera. L'espressione del muso, un'espressione di lealtà intelligente, palesa una mascolinità della sua parte spirituale, ripetuta in quella fisica dal corpo: la gabbia toracica arenata, sotto la cui pelle aderente, liscia e duttile si disegnano poderose le costole, i fianchi stretti, le gambe nervosamente venate, i piedi forti e ben fatti, tutto questo parla di valentia e di virtù virile, parla di sangue rusticano da cacciatore, anzi proprio il bracco e puntatore predomina nella formazione di Bauschan, è un legittimo pointer, secondo me, sebbene non debba certo la sua esistenza ad alcun atto d'altezzosa riproduzione consanguinea; e questo appunto può darsi sia anche il significato delle parole, per altro piuttosto confuse e logicamente disordinate, che gli rivolgo mentre gli carezzo la spalla.

 Sta fermo e guarda, aguzza gli orecchi e penetra l'inflessione della mia voce che, con l'enfasi scolpita nelle parole, approva la sua esistenza. E ad un tratto, sporgendo la testa e aprendo e chiudendo le labbra, scatta verso il mio viso, quasi volesse mordermi il naso, pantomima certo intesa come risposta ai miei incoraggiamenti, che ogni volta mi fa indietreggiare di botto ridendo, cosa pure da Bauschan conosciuta in anticipo. È una specie di bacio nell'aria, per metà affetto e per metà burla, una manovra a lui propria già da piccolo mentre non l'avevo mai notata in nessuno dei suoi predecessori. Del resto si scusa subito per la libertà concessasi con scodinzolii, brevi inchini e un'espressione imbarazzato-allegra. E poi, dalla porta del giardino, usciamo all'aperto.


giovedì 11 maggio 2023

Caratteri e impronte: L'elogio della mosca di Luciano di Samosata

 Dopo Il gallo, la rubrica su letteratura e animali Caratteri e impronte - nata in attesa del mio secondo libro - racconta di un'altra opera di Luciano di Samosata

Dopo il dialogo della scorsa puntata, ecco lo scritto retorico L'elogio della mosca, che si inserisce nel genere “epidittico” o “dimostrativo”, il quale prevedeva discorsi pubblici pronunciati in varie occasioni e che consisteva in conferenze su temi scolastici o fittizi, per mostrare l'abilità retorica dell'oratore su temi paradossali.

L’Elogio della mosca è un divertissement neosofistico, con cui l'autore cerca di dimostrare di poter parlare di qualunque cosa facendo apparire anche un umile insetto affascinante e forte. Al centro notizie curiose sull’animale, di cui sono evidenziate alcune sorprendenti qualità.

Viene sottolineato in particolare della mosca il carattere volitivo e insistente, facendola diventare metafora del guerriero coraggioso che non demorde mai e persino dell’immortalità dell’anima. “La mosca morta, sparsa di cenere sopra, risuscita, si rigenera e rivive un’altra vita. Cosa da persuadere tutto il mondo, che l’anima anche delle mosche è immortale, perché là ritorna e riconosce, suscita il corpo e fa volare la mosca”. 

L'insetto è anche simbolo e metafora di amore, perché ricordava il mito di Endimione e la Luna, che trasformò la sua rivale in mosca: “C'era una donna chiamata mosca, assai bella, ma ciarliera, chiacchierina e canterina, e rivale della Luna, e tutte e due erano innamorate di Endimione. Quando il garzone dormiva, ella lo svegliava continuamente ruzzando, cantando, ballando. Quegli se ne sdegnò e la Luna che la odiava la mutò in mosca. Per questo, essa rompe il sonno a tutti quelli che dormono, ricordandosi ancora di Endimione e specialmente i più giovani e più delicati. Il mordere e il desiderio di sangue della mosca non è ferocia, ma segno di amore che porta ai giovani, dei quali ella gode come può e ne sfiora la bellezza”. 

Dopo aver letto questa opera, vedrete la mosca in un modo diverso.


L'elogio della mosca 

La mosca non è il più piccolo dei volatili, se si paragona alle zanzare, ai tafani, e ad altri insetti; ma di tanto è maggiore di questi, di quanto è minore dell’ape. È alata non come gli altri, che hanno piume per tutto il corpo, e penne più forti per volare, ma come i grilli, le cicale e le api. Ha le ali d’una membrana tanto più delicata delle altre, quanto una veste indiana è più sottile e morbida d’una greca; e di color cangiante, come i pavoni, se si guarda bene quando si compiace di sciorinarle al sole.

Vola non come i pipistrelli sbattendo l’ali continuamente, né come i grilli a salto, né come le vespe con violenza e stridore, ma si piega facilmente per ogni verso che vuole nell’aria.

Non vola in silenzio, ma fa un certo suono, non acerbo come quello delle zanzare e dei tafani, non ronzante come delle api, non pauroso e minaccioso come delle vespe, ma di tanto più melodioso, di quanto il flauto è più soave della tromba e dei cembali.

Dell’altre parti del corpo la testa piccolissima è attaccata al collo, e gira intorno, e non è fissa come quella dei grilli; gli occhi sporti in fuori, e molto simili al corno; il petto ben formato, da cui spiccano i piedi, non molto stretti come quei delle vespe; il ventre è munito anch’esso, come una corazza, di larghe fasce e di squame.

Si difende non con la coda, come la vespa e l’ape, ma con la bocca, e la proboscide, che ha come quella dell’elefante, e con la quale si pasce, e piglia, e si attacca, e ci ha come una ciotoletta alla punta: da questa esce un dente, con cui punge, e poi beve il sangue: beve anche il latte, ma il sangue le è dolce, ed ella non fa punture molto dolorose.

Ha sei piedi, e cammina con soli quattro, usando i due davanti come se fossero mani: ed è bello vederla camminare su quattro piedi, portante tra le mani sollevata qualche briciola, proprio a guisa umana e come facciamo noi.

Nasce non così come è, ma prima verme, da cadaveri di uomini e d’altri animali; poi spicca i piedi, mette le ali, e di rettile diventa volatile. Ingravida, e partorisce un picciol verme, che dipoi è mosca.

Vivendo in compagnia degli uomini, nella stessa casa, alla stessa mensa, si ciba di ogni cosa, tranne l’olio, che è la sua morte, se ne beve.

Ed essendo di corta vita (poco l’è concesso di vivere), vuole stare sempre in piena luce, e farvi tutti i fatti suoi.

La notte sta cheta, e non vola, né ronza, ma per paura si raccoglie e non si muove.

Di accorgimento posso dire che ne mostra assai quando sfugge il suo insidiatore e nemico, il ragno; il quale l’apposta, ed essa lo guarda di fronte, declinando l’assalto, per non essere presa nelle reti, né cader tra le branche di quell’animaletto.

Del suo coraggio e della sua forza non dobbiamo parlar noi; ma il più magnifico dei poeti Omero, volendo lodare un fortissimo eroe, non lo paragona per forza al leone, al pardo, al cinghiale, ma alla mosca, per l’ardire e l’intrepidezza e la perseveranza del suo assalto: e dice ardire non temerità; ché scacciata, dice egli, non se ne va, ma pur torna al mordere.

Tanto si compiace di lodare la mosca, che non una volta sola né in poche parole fa menzione di lei, ma spesso, ed il verso si abbellisce quando ne ricorda.

Ora descrive uno sciame di mosche che vola sul latte: ed ora quando Pallade svia la saetta da Menelao acciocché non lo colga in parte vitale, rassomigliandola ad una madre che veglia sul suo pargoletto dormente, ei porta un’altra volta la mosca per paragone.

E dice anche bellamente che esse vanno in serrate frotte, e i loro sciami chiama genti.

Tanto poi è gagliarda che quando morde, trapassa non pure la pelle dell’uomo, ma del bue ancora e del cavallo, e fa male all’elefante entrandogli, tra le rughe, e con la sua proboscide, secondo la sua grandezza, offendendolo.

Nel mescolarsi e congiungersi sono liberissime: e il maschio non come i galli monta e scende subito, ma resta molto tempo a cavallo alla femmina; ed ella porta il marito, e insieme volano per l’aria così congiunti senza che il volo li disturbi.

Se le mozzi il capo, la mosca vive molto col resto del corpo, e respira.

Ma la più gran cosa che è nella sua natura voglio dirla io, perché mi pare che Platone questa sola cosa trascurò nel suo discorso su l’immortalità dell’anima.

La mosca morta, sparsavi cenere sopra, risuscita, si rigenera, e rivive un’altra vita da capo; cosa da persuadere tutto il mondo che l’anima anche delle mosche è immortale, perché ella ritorna, e riconosce, e suscita il corpo, e fa volare la mosca; e cosa che fa tenere per vera la favola di Ermotimo di Clazomene, il quale aveva una specie di anima che spesso lo lasciava, e se n’andava pe’ fatti suoi, poi tornava, rientrava nel corpo, e faceva rizzare Ermotimo.

La mosca oziosa e scioperata fruisce delle fatiche altrui, e da per tutto trova mensa imbandita: le capre sono munte per lei, l’ape lavora per lei come per gli uomini, e i cuochi per lei condiscono le più saporite vivande, che ella assaggia prima dei re, e aggirandosi su le mense, banchetta con loro e gusta di ogni cosa.

Covo o nido non fa in un luogo, ma col vagante volo va errando di qua e di là, a guisa degli Sciti, e dovunque la notte la sorprende, quivi fa casa e letto.

Intanto all’oscuro non fa niente, come ho detto, né facendo cosa suole nascondeva, né crede turpe ciò che fa in piena luce.

Conta la favola che una volta c’era una donna chiamata Mosca, assai bella, ma ciarliera, chiacchierina, e canterina, e rivale della Luna, che tutte e due erano innamorate d’Endimione.

E poi perché quando il garzone dormiva ella lo svegliava continuamente ruzzando, cantando, ballando, quei se ne sdegnò, e la Luna che l’odiava la mutò in mosca: e però essa ora rompe il sonno a tutti quei che dormono, ricordandosi ancora di Endimione, e specialmente ai più giovani e più delicati.

E quel suo mordere, e quel suo desiderio di sangue non è ferocia, ma segno di amore che porta ai giovani, dei quali ella gode come può, e ne sfiora la bellezza.

Fu ancora negli antichi tempi una donna di questo nome, poetessa, molto bella e savia.

Ed un’altra cortigiana famosa in Atene, della quale il comico poeta diceva:

Questa Mosca gli ha morso proprio il cuore.

Così la comica leggiadria non ssdegnò, e la scena non ributtò il nome della mosca: né i genitori hanno a vergogna di chiamare così le loro figliuole.

Anzi con grande lode la Tragedia ricorda della mosca in quei versi:

Oh che brutta vergogna! Anche la mosca Con forte petto salta addosso all’uomo, Ghiotta di sangue, e voi uomini armati, Voi sbigottir delle nemiche lance!

Avrei molte cose a dire di Mosca la Pitagorica, se la sua storia non fosse nota a tutti.

Ci sono ancora alcune mosche assai grandi, che alcuni chiamano soldatesche, ed altri canine: fanno un asprissimo ronzio, ed hanno un volo velocissimo; vivono lungamente, e durano tutto l’inverno senza cibo, standosi attaccate specialmente alle soffitte.

Una cosa è meravigliosa in queste, che esse fanno insieme e da maschio e da femmina, e montano ciascuna alla sua volta, come quel figliuolo di Afrodite e di Ermes, che aveva doppia natura e doppia bellezza.

Molto altro avrei da dire, ma basta qui, per non fare, come dice il proverbio, d’una mosca un elefante.

giovedì 4 maggio 2023

Caratteri e impronte: Il gallo di Luciano di Samosata

 Dopo il novecentesco Cuore di Cane, la rubrica Caratteri e impronte dedicata alla letteratura e agli animali, nata in attesa dell'uscita del mio secondo libro, fa un salto indietro, al II secolo d.C. per parlare di un autore dalla personalità vivace e dallo stile arguto e mordace. Si tratta di Luciano di Samosata - croce e delizia di chi ha avuto a che fare con le versioni di greco - di cui analizzeremo il dialogo Il gallo

Nell'opera dal carattere autobiografico, il ciabattino Micillo risvegliato dal canto del gallo da un sogno in cui era ricco e felice impreca contro la sua vita di povero lavoratore, ma il gallo parlante, reincarnazione di Pitagora, gli dimostra che la ricchezza è fonte di guai e preoccupazioni. 

Nel testo emerge la posizione cinica dell'autore che ritiene che l'esistenza animale sia superiore a quella umana e comunque preferibile. La scelta del gallo è stata attribuita al suo legame con Apollo, con Pitagora e al legame di Apollo con Pitagora. Il gallo è un animale molto vicino al fenomeno onirico: nella Storia Vera dello stesso Luciano il gallo ha il suo tempio nell'immaginaria isola dei sogni ed è, insieme alla notte, la divinità maggiormente venerata in loco. 

A Luciano è dovuta la creazione di un nuovo genere di dialogo, che ha saputo unire in modo piacevole i contenuti del pensiero filosofico all’umorismo della commedia ed è servito a denunciare molti degli aspetti negativi della vita e della cultura del tempo a un pubblico vasto. La dissacrante ironia dell’autore non ha risparmiato nessuna manifestazione della debolezza umana, ma ha stigmatizzato soprattutto le mistificazioni dei falsi maestri e dei falsi filosofi. 



Ecco una citazione del Gallo/Pitagora:

Ti dico solo il fatto fondamentale: non c'è una forma di vita costruita su misura degli istinti e delle necessità naturali che non abbia dato l'impressione di essere meno problematica di quella dell'uomo. Nel regno animale non ti riuscirebbe di trovare un cavallo esattore delle imposte, una rana sicofante, una cornacchia sofista, una zanzara espserta di cucina, un gallo cinedo e tutte le altre cose che usate fare voi umani.


giovedì 20 aprile 2023

Caratteri e impronte: Il lupo della steppa di Herman Hesse

 Dopo due post in cui i protagonisti sono stati i cavalli - quello dedicato alla cavalleria e quello su Don Chisciotte -, la rubrica su letteratura e animali, Caratteri e impronte - nata in attesa del mio secondo libro - passa a uno dei protagonisti di tante storie, favole e romanzi, simbolo della paura e dei peccati dell'umanità: il lupo, in particolare nel testo di Hesse, Il lupo della steppa.

Nella Grecia antica e non solo il lupo è personificazione della gola, intesa come fame, e dell'avidità sfrenata. Questa creatura rappresenta da sempre il lato oscuro dell’animo umano. Ecco il lupo divoratore nelle favole di Fedro ed Esopo, in Cappuccetto Rosso, nei Tre porcellini. Nel Vangelo è citato come bestia demoniaca mentre molti Padri della Chiesa lo usano come metafora per gli eretici o gli uomini del demonio. Che dire poi dell'evoluzione del lupo mannaro? 

Un'evoluzione in positivo si è avuta con la letteratura per ragazzi, che ha portato a una riconciliazione tra la figura del lupo, come fiera creatura della natura, e l’uomo, mai privo di colpe. L’animale deve rimanere libero e affrancato dal dominio umano e tornare alla sua condizione reale. 

Grazie a questo filone e alla cultura neo-ambientalista della seconda metà del Novecento, si svilupperà un atteggiamento nuovo verso il lupo, più rispettoso alle sue caratteristiche e portato alla salvaguardia della specie.

Questo animale assume quindi una simbologia complessa, diventando un qualcosa che ci portiamo dentro come un fratello nascosto. In questo è esemplare il romanzo di Herman Hesse, Il lupo della steppa. Qui il lupo è la parte dell'essere umano  che ricorda che malgrado le sovrastrutture sociali ed economiche del nostro mondo, siamo parte della natura, che si manifesta nell’inquietudine per il ricordo sempre più lontano delle nostre origini.

Nel volume si parla di un profondo dualismo: l’umanità, rappresentata dall’amore per l’arte e il divino, dalla nobiltà d’animo e di pensiero contrapposta alla bestialità, rappresentata dal lupo, alla costante ricerca dei piaceri selvaggi, ai quali il protagonista si abbandona per il disagio che prova nel mondo in cui vive, in un contesto governato da valori che non accetta. 


Ecco un estratto del libro: 

«Credi che non capisca il tuo timore del fox-trot, la tua antipatia per i bar e le sale da ballo, la tua opposizione al jazz e a tutta questa roba? capisco fin troppo, e così pure il tuo orrore della politica, la tua tristezza per le ciarle e i maneggi dei partiti irresponsabili, della stampa, la tua disperazione per la guerra, quella passata e quelle che verranno, per il modo che si ha oggi di pensare, di leggere, di costruire, di fare musica, organizzare feste, diffondere cultura! hai ragione tu, lupo della steppa, mille volte ragione, eppure devi perire. Per questo mondo odierno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perché hai una dimensione in più. Chi vuole vivere oggi e godere la vita non deve essere come te o come me. Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria…» 

Abbassò lo sguardo a terra e rimase assorta nei suoi pensieri. 

«Hermine», la chiamai teneramente «che buoni occhi hai, sorella mia! Eppure sei stata tu ad insegnarmi il fox-trot, ma che cosa intendi quando dici che uomini come noi, uomini con una dimensione in più, non possiamo vivere qui? Da che cosa dipende? E’ così soltanto oggi o è sempre stato così? » 

«Non so. A onore del mondo voglio ammettere che solo il nostro tempo sia così, che sia un morbo, una disgrazia passeggera. I capi preparano con ardore e con successo la prossima guerra, noialtri intanto balliamo il fox-trot, guadagniamo denaro e mangiamo cioccolatini: in un’epoca simile il mondo dev’essere ben meschino. Speriamo che le altre epoche siano state migliori e altre diventino migliori in avvenire, più larghe, più profonde. Ma a noi serve poco. E forse è sempre stato così… » 

«Sempre come oggi? Sempre un mondo di politicanti, di trafficanti, di camerieri e uomini di mondo, senza aria per uomini veri? » 

«Perché no? Io non lo so. Non lo sa nessuno. E del resto non importa. Anch’io penso in questo momento al tuo beniamino, del quale mi hai parlato più volte e mi hai fatto anche leggere le lettere, penso a Mozart. Come sarà stato allora? Ai suoi tempi chi governava il mondo? Chi dava il tono e valeva qualcosa, Mozart o gli affaristi? Mozart o gli uomini dozzinali e superficiali? E poi come è morto, come è stato sepolto? Perciò credo che sia sempre stato così e sarà sempre così, e quella che a scuola chiamano “storia universale” e che si deve imparare a memoria per la cultura, con tutti quegli eroi, quei geni e le grandi gesta e i grandi sentimenti…non è che una turlupinatura inventata dai professori a scopi culturali, affinché i ragazzi nel periodo obbligatorio abbiano qualcosa da fare. Sempre è stato così e così sarà sempre: il tempo e il mondo, il denaro e il potere apparterranno ai piccoli e ai superficiali, mentre gli altri, i veri uomini, non avranno niente. Niente all’infuori della morte. » 

«Proprio nient’altro? » 

«Ma sì, l’eternità.» 

«Vuoi dire il nome, la fama presso i posteri?» 

«No, caro lupetto, non la gloria. Che valore può avere? E credi che tutti gli uomini autentici e completi siano diventati famosi e passati alla posterità?»

giovedì 13 aprile 2023

Caratteri e impronte: Don Chisciotte e Ronzinante

 Dopo i bellissimi versi di Cavalli e Cavalieri, la rubrica dedicata a letteratura e animali, Caratteri e impronte - nata in attesa del mio secondo libro - continua a trattare la cavalleria, ma un altro punto di vista.  

Tutti conoscono almeno qualche episodio delle vicende narrate da Miguel de Cervantes di Alonso Quijana, le cui intenzioni erano di cercare di aiutare i poveri le persone in difficoltà e ottenere l'amore dell'amata. Il bizzarro personaggio vive in un mondo fantastico tutto suo. Appassionato di lettura cavalleresca, decide di farsi cavaliere errante, rivivendo un'epoca ormai tramontata, e di andarsene in giro per il mondo, facendo piazza pulita di tutte le ingiustizie, le prepotenze e i soprusi. 

Alonso, nobil uomo di campagna, decide così di darsi un nome degno di un cavaliere e dopo aver meditato per otto giorni, sceglie Don Chisciotte della Mancia. Ma non poteva essere un cavaliere senza un cavallo: ad accompagnarlo nei suoi viaggi e nelle sue imprese, oltre allo scudiero Sancho Panza, il suo "destriero". Per dargli un nome aveva riflettuto per altri quattro giorni, puntando su un appellativo che gli sembrava “maestoso” e “sonoro”, Ronzinante. Si trattava di un cavallo magrissimo che Don Chisciotte, stravolgendo i fatti, considerava alla pari dei più grandi cavalli della letteratura e della storia, come la Babieca di El Cid o Bucefalo di Alessandro Magno. Invece Ronzinante è poco più di un fantasma e Don Chisciotte è la continuazione del fantasma del cavallo: alto, magro, e sempre vestito con l’armatura fuori del tempo che aveva rispolverato e riassestato tra le cose lasciategli dai suoi antenati.


Opera di Di Honoré Daumier

Ecco un brano dell'inizio dell'opera

In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant'anni e una nipote che non arrivava ai venti, più un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L'età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant'anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d'alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia.

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell'anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l'esercizio della caccia, nonché l'amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene.

Insomma, tanto s'immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all'altro, e le giornate dalla prima all'ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s'inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d'incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d'immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c'era al mondo altra storia più certa.

Così, con il cervello ormai frastornato, finì col venirgli la più stravagante idea che abbia avuto mai pazzo al mondo, e cioè che per accrescere il proprio nome, e servire la patria, gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante, e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo, a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti si cimentavano, disfacendo ogni specie di torti e esponendosi a situazioni e pericoli da cui, superatili, potesse acquistare onore e fama eterna. E la prima cosa che fece fu ripulire certe armi che erano state dei suoi bisavoli che, prese dalla ruggine e coperte di muffa, stavano da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo. Le ripulì e le rassettò come meglio poté.

Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo d'un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato ante quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni ronzino al mondo.

Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte.

Ma, da buon cavaliere, volle egli aggiungere al suo il nome della sua patria e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, e così a parer suo egli veniva a dichiarare apertamente il suo lignaggio e la sua patria, e la onorava, assumendone il soprannome.

Ripulite dunque le armi, battezzato il ronzino e data a se stesso la cresima, si convinse che non gli mancava ormai nient'altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz'anima. Oh, come si rallegrò il nostro buon cavaliere quand'ebbe trovato colei a cui dar nome di sua dama! Ed è che, a quanto si crede, in un paesetto vicino al suo c'era una giovane contadina di aspetto avvenente, di cui un tempo egli era stato innamorato, benché, a quanto è dato di credere, essa non ne seppe mai nulla e non se ne accorse nemmeno. Si chiamava Aldonza Lorenzo: ed è a costei che gli parve bene dare il titolo di signora dei suoi pensieri; e cercandole un nome che non disdicesse molto dal suo, e che si incamminasse a esser quello di una principessa e gran dama, la chiamò Dulcinea del Toboso, perché era nativa del Toboso: nome che gli parve musicale, prezioso e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a se stesso e alle proprie cose.


giovedì 30 marzo 2023

Caratteri e impronte: Moby Dick di Herman Melville

 Con il secondo appuntamento con la rubrica Caratteri e Impronte dedicata alla letteratura e agli animali - che ho avviato il attesa del mio secondo ebook - cambiamo decisamente scenario rispetto al primo contenuto: dallo studio di un avvocato, ci spostiamo nell'Oceano, terrificante e irresistibile allo stesso tempo, su una baleniera. Infatti, l'opera al centro di questo episodio è Moby Dick o La balena, un romanzo del 1851 scritto da Herman Melville

La storia racconta l'ultimo viaggio della Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di balene e capodogli, e in particolare dell'enorme balena bianca che dà il titolo al libro, verso la quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta.

La lotta epica tra il capitano e il capodoglio rappresenta per l'autore una sfida tra il bene e il male. Moby Dick riassume il male dell'universo e il demoniaco presente nell'animo umano. Achab ha l'idea fissa di vendicarsi della balena che lo ha mutilato e a ciò si unisce una furia autodistruttiva: «La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell'intimo» (traduzione di Cesare Pavese). Ma la balena rappresenta anche l'assoluto che l'uomo insegue e non può conoscere mai.

L'animale fa parte di una natura vista come un'entità tremenda e fascinosa, quasi un esempio di Sublime romantico: lo spruzzo intermittente della balena è come un soffio potente per cui i marinai «non avrebbero potuto rabbrividire di più, eppure non provavano terrore, ma piuttosto un piacere».

Tra gli altri temi affrontati, il dilemma dell'ignoto, la speranza, la possibilità di riscattarsi, in un'allegoria della condizione della natura umana e al contempo in una parabola avvincente dell'espansione della giovane repubblica americana.

Curiosità: lo scrittore, come potrete leggere fra poco, chiama la balena "pesce" (il capodoglio come gli altri cetacei è in realtà un mammifero). 

Immagine realizzata con Nightlife

Ecco la parte finale del libro. 

Le barche non s'erano allontanate di molto quando, a un segnale dalle teste d'albero - un braccio teso all'ingiù - Achab seppe che il pesce si era tuffato; ma volendogli essere accanto alla prossima emersione continuò a remare un po' di fianco al bastimento; l'equipaggio attonito manteneva il più profondo silenzio, e le onde di prua martellavano contro lo sperone che avanzava.

«Piantate i vostri chiodi, piantate pure, onde! Piantateli fino alle capocchie! Ma questo che picchiate non ha coperchio... e io non posso avere né cassa da morto né carro... e solo un cappio mi può uccidere! Ah! Ah!»

Di colpo l'acqua attorno si gonfiò lenta in ampi circoli; poi salì fulminea, come sfuggendo ai lati d'un monte di ghiaccio sommerso che s'alzi rapido a galla. Si udì un sordo rombo, un brontolio sotterraneo, e poi tutti tennero il fiato: in un groviglio di cavi penzolanti e ramponi e lance una forma immensa si rovesciò in alto e di sbieco dal mare. Avvolta da un velo lieve e crollante di nebbia, si librò un attimo nell'aria iridata, poi ricrollò sprofondando nell'abisso. Schizzate in aria per trenta piedi, le acque splendettero un istante come fasci di fontane, poi rompendosi scesero in un rovescio di faville, lasciando la superficie all'intorno schiumante come latte fresco attorno al tronco marmoreo della balena.

«Sotto!» urlò Achab ai rematori, e le barche scattarono avanti all'assalto. Ma esacerbato dai ramponi del giorno prima che gli rodevano le carni, Moby Dick pareva posseduto da tutti gli angeli precipitati dal cielo. I grossi fasci di tendini che gli si allargavano sulla gran fronte bianca, sotto la pelle trasparente, parevano annodati assieme mentre a capofitto, sferzando di coda, si buttava tra le barche, e ancora una volta le divideva facendo saltare lance e ramponi dai legni dei due ufficiali, e spaccando le assi più alte delle prue. Ma quella di Achab restò quasi intatta.

Mentre Daggoo e Queequeg si buttavano a turare le spaccature delle assi, e la balena allontanatasi faceva un voltafaccia e mostrava tutto un fianco tornando a passare vicina, in quel momento si udì un grido strozzato. Legato a più ritorte alla schiena del pesce, immobilizzato nei giri innumerevoli con cui durante la notte la balena si era passata attorno le lenze aggrovigliate, si vedeva il corpo semistraziato del Parsi, coi panni neri ridotti a brandelli, e gli occhi sbarrati fissi in pieno su Achab. Il rampone gli cadde di mano.

«Beffato!» E tirò un lungo respiro affannoso. «Ma sì, Parsi! Ti vedo di nuovo... Ma sì, te ne vai per primo; e questo, questo è allora il carro funebre che avevi detto. Ma devi mantenere il tuo impegno fino all'ultima lettera. Dov'è l'altro feretro? Tornate alla nave, ufficiali! Quelle barche sono inutili ormai; raddobbate in tempo, se potete, e tornate a darmi una mano; se no, Achab basta per la morte... Fermi voi! Il primo che fa solo il gesto di saltare da questa mia lancia, gli do un colpo di rampone. Non siete uomini ma le mie braccia e gambe, e perciò ubbidite... Dov'è la balena? Giù di nuovo?»

Ma guardava troppo vicino; perché, come deciso a fuggire col cadavere che portava, e come se il punto dell'ultimo scontro non fosse che una tappa del suo viaggio a sottovento, Moby Dick si era rimesso a nuotare energicamente, e aveva quasi oltrepassata la nave, che finora era andata nel senso contrario, e ora rollava ferma. La bestia pareva nuotare alla massima velocità, e preoccupandosi ormai solo di proseguire dritto per la sua rotta nel mare.

«Oh, Achab,» gridò Starbuck, «neanche adesso, il terzo giorno, è troppo tardi per rinunciare. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che pazzamente lo insegui!»

Mettendo vela alla brezza che si levava, la barca solitaria fu spinta veloce a sottovento coi remi e con la tela. E quando scivolò lungo la nave, così vicino che si vedeva bene il viso di Starbuck chino sulla ringhiera, Achab gli gridò di virare e venirgli dietro, non troppo presto, a una giusta distanza. 

[...]

Fosse stremata da tre giorni di continua caccia e dalla resistenza delle pastoie che si tirava dietro, o fosse per una sua celata doppiezza e malizia, comunque sia ora la balena bianca cominciava a rallentare la corsa, come appariva dal rapido incalzate della lancia; benché a dire il vero l'ultimo distacco della balena non era stato lungo come prima. E sempre, mentre Achab filava sulle onde, quei pescicani spietati gli venivano dietro, e con tanta pertinacia si stringevano alla lancia e così spesso mordevano ai remi, che le pale si ridussero tutte rosicchiate e intaccate, e quasi a ogni tuffo perdevano piccole schegge nel mare.

«Non fateci caso! Quei denti non fanno che offrire nuovi scalmieri ai vostri remi. Arranca! È un appoggio migliore, la bocca del pesce invece dell'acqua che cede.»

«Ma signore, a ogni morso il piatto delle pale si fa più piccolo!»

«Dureranno abbastanza! Arranca!... Ma chi sa,» mormorò, «se questi pescicani nuotano per fare banchetto sulla balena o su Achab? Forza, forza! Così, in gamba ora... siamo vicini. Il timone! Prendi il timone; fatemi passare.» E mentre parlava, già due rematori lo spingevano verso la prua della barca in corsa.

Infine, mentre il legno, con una virata, filava parallelo al fianco chiaro della balena, questa parve stranamente disinteressarsi al suo arrivo, come fanno le balene talvolta, e Achab era ormai dentro alla fumosa nebbia alpina che emessa dallo sfiatatoio si avvolgeva intorno alla sua gobba, grande come il monte Monadnock. Tanto vicino le arrivò, e piegando indietro il corpo e alzando in aria le braccia distese per dare equilibrio, scagliò il rampone feroce e la sua più feroce maledizione dentro l'odiata balena. Mentre acciaio e maledizione affondavano fino al manico, come succhiati in un pantano, Moby Dick si contorse di fianco, rollò spasmodicamente contro la prua, e senza aprirvi falla inclinò così di colpo la lancia, che non fosse stato per l'orlo del capo di banda cui s'era aggrappato, Achab sarebbe finito in acqua un'altra volta. 

[...]

Quasi nello stesso punto, con un poderoso, fulmineo colpo di testa, la balena bianca balzò nel mare ribollente. Ma quando Achab urlò al timoniere di dare altre volte alla lenza e bloccarla, e comandò all'equipaggio di voltarsi sui banchi e alare la barca fino alla preda, appena il cavo traditore subì il doppio sforzo e lo strappo, saltò secco nell'aria.

«Cos'è che mi si spezza dentro? Qualche nervo cede!... no, tutto è di nuovo a posto: remi! remi! Saltatele addosso!»

Udendo il tremendo impeto della lancia che sfondava il mare, la balena si girò per presentare a difesa la vuota fronte, e in quel girare scorse lo scafo nero della nave che s'avvicinava; e forse vedendo in quello la fonte di tutte le sue persecuzioni, credendolo, può darsi, un nemico più grande e più nobile, di colpo partì contro quella prua che avanzava, sbattendo le mascelle tra irruenti rovesci di schiuma.

Achab vacillò; si batté la mano in fronte. «Divento cieco. Mani, stendetevi qui, davanti, che possa ancora trovarmi strada a tastoni. È notte?»

«La balena! La nave!» gridarono i rematori allibiti.

«Ai remi, ai re mi! Sprofòndati verso i tuoi abissi, mare, ché prima che sia troppo tardi Achab possa slittare quest'ultima volta, quest'ultima volta contro il suo bersaglio! Ora vedo: la nave! La nave! Scattate, ragazzi! Non volete salvare la mia nave?»

Ma mentre i rematori schiacciavano freneticamente la barca contro i colpi di maglio del mare, le teste prodiere di due assi colpite dalla balena saltarono, e quasi in un attimo il legno immobilizzato si trovò a pelo d'acqua, con l'equipaggio semisommerso e sguazzante, che cercava disperato di turare la falla e aggottare l'acqua che irrompeva.

Intanto, nell'attimo in cui guardò, il martello di Tashtego sull'albero gli restò in mano levato, e la bandiera rossa avvolgendolo come un manto gli svolazzò di dosso come fosse il cuore che lo lasciava; e Starbuck e Stubb, che stavano sotto, al bompresso, videro nello stesso momento il mostro che piombava loro addosso.

«La balena! La balena! Poggia tutto! Poggia! O voi potenze buone dell'aria, tenetemi stretto! Non fate morire Starbuck, se deve morire, in un deliquio da femmina! Poggia tutto, dico!... voi deficienti, quelle fauci! quelle fauci! È questa la fine di tutte le mie preghiere ardenti? Di tutta una vita di fede? O Achab, Achab, guarda cosa hai fatto. Alla via, timoniere, alla via! No, no, poggia di nuovo! Si volta per assalirci! Oh, la sua fronte implacabile si getta su un uomo a cui il dovere dice che non può fuggire. Signore, stammi accanto!»

[...]

Ormai quasi tutti gli uomini ciondolavano inerti sulla prua della nave: martelli, pezzi di tavole, lance e ramponi stretti macchinalmente in mano, così come erano accorsi dalle loro occupazioni, e tutti gli occhi incantati fissi sulla balena che vibrando stranamente da parte a parte la sua testa predestinata, si gettava davanti, nella corsa, un gran semicerchio rollante di schiuma. Giustizia, pronta vendetta e malvagità eterna erano in tutto il suo aspetto, e a onta di tutto ciò che l'uomo potesse fare, il bianco sperone massiccio della sua fronte colpì di tribordo la prua della nave, squassando uomini e assi. Qualcuno cadde lungo sulla faccia. Come pomi d'albero schiantati, le teste dei ramponieri arriva traballarono su quei colli taurini. Attraverso lo squarcio udirono le acque rovesciarsi come torrenti alpini in una gola.

«La nave! Il carro funebre!... il secondo carro!» urlò Achab dalla barca. «Quel legno non poteva essere che americano!»

Tuffandosi sotto la nave che si abbassava, la balena corse fremente lungo la chiglia, ma virando nell'acqua tornò in un attimo a emergere lontana a babordo di prua, e a poche jarde dalla barca di Achab. Per il momento, era immobile.

«Volto la schiena al sole. Olà, Tashtego! fammi sentire il tuo martello. O mie tre guglie indomabili, chiglia intatta, e tu, scafo che solo Dio può forzare, tu ponte saldo e barra superba, e prua puntata sul Polo... nave gloriosa di morte! Dunque devi morire, e senza di me? Anche l'ultima ambizione dei più mediocri capitani mi deve essere tolta? O morte solitaria dopo una vita solitaria! Ora sento che la mia massima grandezza sta nel maggior dolore. Ahimè! Riversatevi qui dai vostri punti lontani, onde coraggiose di tutta la mia vita, su in cima al mucchio di questo gran maroso di morte! Verso te avanzo, balena che distruggi e non vinci, fino all'ultimo ti combatto, dal cuore dell'inferno ti pugnalo, e in nome dell'odio ti sputo addosso il mio ultimo respiro. Affondi ogni bara e ogni carro in un solo vortice! E visto che non sono per me, che io venga trascinato a pezzi mentre ancora ti caccio, benché sia legato a te, balena maledetta! Così getto la lancia!»

Il rampone fu scagliato; la balena ferita balzò avanti; la lenza corse bruciante nella scanalatura: s'imbrogliò. Quello si chinò a districarla, ci riuscì, ma il cappio volante lo prese al collo, e senza gridare, come la vittima strangolata dai muti schiavi dei Turchi, Achab saltò dalla barca prima che gli altri vedessero che era sparito. L'attimo dopo, la pesante gassa impiombata in cima al cavo volò via dalla tinozza vuota, abbatté un rematore e frustando il mare sparì nei gorghi.

Un momento, l'equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono. «La nave, gran Dio, dov'è la nave?»

Presto, attraverso veli d'acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell'acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare. E ora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria, e tutti quegli uomini, e ogni remo galleggiante, e ogni palo di lancia, e torcendo in giro in un solo vortice ogni cosa viva o senz'anima, trascinarono a fondo anche il più piccolo avanzo del Pequod.

Ma mentre le ultime ondate si rovesciavano fitte sulla testa sommersa dell'indiano all'albero maestro, lasciando ancora visibili pochi pollici della cima e lunghe jarde fluttuanti della bandiera che sventolava quieta, con ironica armonia, sui cumuli d'acqua distruggitori che ormai quasi sfiorava; in quel momento un braccio rossiccio e un martello si alzarono nell'aria, piegati all'indietro nell'atto di inchiodare sempre più salda la bandiera all'albero che sprofondava.

Un falco, che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, beccando all'insegna e molestando Tashtego, cacciò per caso la larga ala palpitante tra il martello e il legno; e in un baleno avvertendo quel sussulto etereo, il selvaggio affondato lì sotto, nel suo rantolo di morte, tenne inchiodato il martello. E così l'uccello del cielo, con strida d'arcangelo, rizzando in alto il rostro imperiale, e tutto il corpo imprigionato avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la sua nave, che come Satana non volle calare all'inferno finché non ebbe trascinata con sé, come elmo, una viva parte del cielo.

Ora piccoli uccelli volarono stridendo sul vortice ancora aperto. Un tetro frangente biancastro urtò contro i suoi bordi ripidi. Poi tutto crollò, e il gran sudario d'acqua tornò a mareggiare come aveva fatto cinquemila anni fa. 


giovedì 23 marzo 2023

Caratteri e impronte: La carriola di Luigi Pirandello

 Per il primo appuntamento della rubrica Caratteri e impronte non ho scelto un'opera nota ai più ma uno scritto forse meno scontato, dove l'animale "co-protagonista" rappresenta la coscienza del padrone.  

Si tratta di La carriola di Luigi Pirandello. Questa novella viene  pubblicata nel 1917 nella raccolta "E domani, lunedì..." e successivamente nel volume "Candelora" del 1928. Il protagonista è un avvocato che narra in prima persona della sua condizione esistenziale facendo cenno, nelle prime righe del racconto, a una sua "vittima", che lo guarda insistentemente, e a un misterioso “atto terribile” che egli compie con lei, segno della sua “cosciente follia”. Chi è questa misteriosa creatura femminile sarà svelato soltanto alla fine. 

Al centro dell'opera il concetto pirandelliano dell'imposizione sociale della maschera e la repressione di ogni suo tentativo di evaderne. Una repressione che può essere aggirata solo con la devianza dalla norma, dalla follia, rappresentata dal gesto che l'uomo compie con la sua cagnolina: un atto in realtà inoquo che fa sorridere il lettore ma che per il protagonista rappresenta un segno di pazzia. Lo sguardo atterrito dell'animale rappresenta quello della società ma anche e soprattutto la coscienza del personaggio cristallizzata nel ruolo da cui non è possibile distaccarsi. 

Riporto qui sotto parte del testo. Buona lettura!


Immagine realizzata con Dall-e

Luigi Pirandello, La carriola

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso. Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioia, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto. 

Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti. Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.

Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!

La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.

Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me. Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

[...]

Ebbene, fu nella sala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta. Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.

Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuoio sotto il braccio, l’uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io. Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! 

[...]

Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell’uomo, di quell’uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti quei doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie... Ma i ragazzi?

Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte. No. Non li sentii miei. Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta. 

Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.

Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chissà di quanti! Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.

Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi più da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di più in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire.

Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo. E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia : 

- Ma come? io , questo? io, così? ma quando mai? 

E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.

Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno di una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me ; cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno più respirare.

Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.

Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti ; quello che hai fatto resta, come una prigione per te. E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. 

E come puoi più liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti?

Dev’essere questa, per forza. Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitarii della facoltà di legge, ai signori clienti che mi hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi. Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi ; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.

Ecco. Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaia. Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti. Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaia; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giù in giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.

Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tanto in tanto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:

- Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.

Così pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.

Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridoio, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momentino solo; gli occhi mi sfavillano di gioia, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non più, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto. Non faccio altro. Corro a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.

Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore. Vorrei farle intendere - ripeto - che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così. Comprende la bestia, la terribilità dell’atto che compio.

Non sarebbe nulla, se per ischerzo glielo facesse uno dei miei ragazzi. Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e sèguita maledettamente a guardarmi, atterrita.


Al via la rubrica Caratteri e impronte: al centro la letteratura e gli animali

 Come vi ho già anticipato con un post su Instagram, il mio secondo libro vedrà tra i protagonisti la figura di un cane appartenuto a un importante condottiero dell'antichità (qui un altro indizio), esempio di un legame di amore e devozione. Ho deciso così, in attesa dell'uscita del volume, senza la pretesa di essere esaustiva, di ricordare in una rubrica che sarà pubblicata ogni settimana, alcuni degli animali più famosi della letteratura, le loro caratteristiche e simbologie, il loro rappresentare difetti e pregi dell'uomo e soprattutto il rapporto di affetto e fedeltà che si è creato con le persone. 

Ecco i post finora pubblicati:

Luigi Pirandello, La carriola;

Herman Melville, Moby Dick;

Ariosto, Pulci e Boiardo, cavalli e cavalieri 

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte

Herman Hesse, Il lupo della steppa

Michail Bulgàkov, Cuore di cane

Luciano di Samosata, Il gallo

Luciano di Samosata, L'elogio della mosca

Lucio Apuleio, L'asino d'oro

Thomas Mann, Cane e padrone

Giovanni Pascoli, L'assiuolo

Luigi Pulci, Il Morgante

Umberto Saba, La capra

Esopo, La volpe e il corvo


Foto di Tonia Kraakman su Unsplash

Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro...