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giovedì 8 maggio 2025

Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro che ho amato la prima volta quando lo incontrai anni fa e che ora ho apprezzato con maggiore consapevolezza.

E' il Morgante, capolavoro del poeta Luigi Pulci (Firenze, 15 agosto 1432 – Padova, 11 novembre 1484). Il volume è una storia epica e parodistica di un gigante che si mette al seguito di Orlando.

Il libro è uno dei poemi più singolari della letteratura italiana, dato il tono giocoso e le avventure mirabolanti di alcuni personaggi, Morgante, il gigante buono armato del battaglio di una campagna, e Margutte in primis. Si tratta di un poema epico-cavalleresco, a volte definito poema eroicomico, in ottave, suddiviso in cantari, che recupera la materia del ciclo carolingio. 

La trama è ricca di colpi di scena, con l'opera caratterizzata da una gran fantasia animata da spirito burlesco, talvolta spregiudicato, espresso in un linguaggio pungente, tipico dei cantari popolari, ossia componimenti cavallereschi del '400 e '500 accompagnati dalla musica e destinati ad un'esecuzione in pubblico.

I personaggi del ciclo carolingio di fatto vengono completamenti trasformati, comportandosi spesso da furfanti, in preda alle più intese passioni corporee (molto divertenti sono le scene legate al cibo). Carlo Magno è descritto quasi come un vecchio rimbambito che non riesce a comprendere i tradimenti di Gano di Maganza. C’è poi Morgante, un gigante buono, che dà il titolo al poema, scudiero di Orlando che viene presentato come un Ercole dalla forza smisurata. Con lui, il mezzogigante Margutte, una figura paradossale che si presenta come peccatore incallito.

Il Morgante fu iniziato per sollecitazione di Lucrezia Tornabuoni (madre di Lorenzo il Magnifico): ella avrebbe desiderato dal Pulci un poema cavalleresco, in linea con la tendenza alla rifeudalizzazione che in quel tempo era presente in Firenze. Il poeta invece dimentica ben presto l'impegno affidatogli e lascia spazio per larga parte dell'opera a toni comici.

Cosa colpisce di più il lettore di oggi di questo poema? Certamente lo stile giocoso e la lingua, piena di termini popolari e modi di dire, e le situazioni raccontate, frutto di una fantasia strabordante soprattutto nelle parti in cui Pulci si discosta dalle fonti per narrare episodi inventati da lui stesso. Uno di questi è una delle parti più famose dell'opera, quella di Margutte.

Ecco i versi che rappresentano uno dei momenti in cui Morgante e Margutte litigano per il cibo, scena che si ripete diverse volte nel poema:

Cosse la bestia, e pongonsi poi a cena:

     Morgante quasi intera la pilucca,

     sì che Margutte n’assaggiava appena;

     e disse: - Il sal ci avanza nella zucca!

     Per Dio, tu mangeresti una balena!

     Non è cotesta gola mai ristucca:

     io ti vorrei per mio compagno avere

     a ogni cosa, eccetto ch’al tagliere. -


Disse Morgante: - Io vedevo la fame

     in aria come un nugol d’acqua pregno;

     e certo una balena con le squame

     arei mangiato sanz’alcun ritegno,

     ovvero un lïofante con lo stame.

     Io rido che tu vai leccando il legno. -

     Disse Margutte: - S’ tu ridi, ed io piango,

     ché con la fame in corpo mi rimango.


Quest’altra volta io ti ristorerò, -

     dicea Morgante - per la fede mia! -

     Dicea Margutte: - Anzi ne spiccherò

     la parte ch’io vedrò che giusta sia,

     e poi l’avanzo innanzi ti porrò,

     sì che e’ possi durar la compagnia.

     Nell’altre cose io t’arò riverenza,

     ma della gola io non v’ho pazïenza:


chi mi toglie il boccon non è mio amico,

     ma ogni volta par mi cavi un occhio.

     Per tutte l’altre volte te lo dico:

     ch’io vo’ la parte mia insino al finocchio,

     se s’avessi a divider solo un fico,

     una castagna, un topo o un ranocchio. -

     Morgante rispondea: - Tu mi chiarisci

     di bene in meglio, e come oro affinisci.





lunedì 14 agosto 2023

Luigi Pulci e Il Morgante

 Nel giorno della battaglia di Roncisvalle che ha descritto con toni epici nella sua opera principale, è nato a Firenze, il 15 agosto del 1432, Luigi Pulci, poeta italiano famoso soprattutto per il Morgante.

Il Morgante, indubbiamente il capolavoro di questo scrittore, è uno dei poemi più singolari della letteratura italiana, dato il tono giocoso e le avventure mirabolanti di alcuni personaggi, Morgante, il gigante buono armato del battaglio di una campagna, e Margutte in primis. Si tratta di un poema epico-cavalleresco, a volte definito poema eroicomico, in ottave, suddiviso in cantari, che recupera la materia del ciclo carolingio. Il titolo deriva dal nome del suo personaggio più popolare, un gigante che Orlando converte alla fede cristiana e le cui avventure costituiscono gran parte della trama. Uscì nel 1478 in 23 cantàri e nel 1483, nell'edizione definitiva, in 28 cantari. Gli ultimi cinque canti dell'edizione del 1483 hanno uno stile molto diverso dalla prima parte del poema e narrano la morte di Orlando a Roncisvalle.

La trama è ricca di colpi di scena, con l'opera caratterizzata da una gran fantasia animata da spirito burlesco, talvolta spregiudicato, espresso in un linguaggio pungente, tipico dei cantari popolari, ossia componimenti cavallereschi del '400 e '500 accompagnati dalla musica e destinati ad un'esecuzione in pubblico.

I personaggi del ciclo carolingio di fatto vengono completamenti trasformati, comportandosi spesso da furfanti, in preda alle più intese passioni corporee. C’è poi Morgante, un gigante buono, che dà il titolo al poema, scudiero di Orlando che viene presentato come un Ercole dalla forza smisurata. Con lui, il mezzogigante Margutte, una figura paradossale che si presenta come peccatore incallito e che dichiara un bizzarro “credo” culinario, in cui sono presenti diversi elementi blasfemi. Astuto e maligno dalle membra "strane, orride e brutte", presentatosi a Morgante vantandosi di tutte le sue bravure, viene da costui assunto come scudiero.

La morte di Margutte avviene in modo paradossale in maniera conforme al suo personaggio (ve ne parlo qui). La sua morte precede di poco quella di Morgante, che verrà morso da un granchio mentre guada un fiume, ma diverso sarà il loro destino ultraterreno (Morgante finirà in Cielo, Margutte all'inferno).

Il Morgante fu iniziato per sollecitazione di Lucrezia Tornabuoni (madre di Lorenzo il Magnifico): ella avrebbe desiderato dal Pulci un poema cavalleresco, in linea con la tendenza alla rifeudalizzazione che in quel tempo era presente in Firenze. Il poeta invece dimentica ben presto l'impegno affidatogli e lascia spazio per larga parte dell'opera a toni comici.


Ecco l'inizio del poema:


In principio era il Verbo appresso a Dio,

     Ed era Iddio il Verbo, e il Verbo Lui1:

     Quest'era nel principio, al parer mio,

     E nulla si può far sanza costui:

     Però, giusto Signor, benigno e pio,

     Mandami solo un degli Angeli tui,

     Che m’accompagni, e rechimi a memoria

     Una famosa, antica e degna storia.


 E tu, Vergine, figlia, e madre, e sposa

     Di quel Signor, che ti dette la chiave

     Del cielo, e dell’abisso, e d’ogni cosa;

     Quel dì che Gabriel tuo ti disse Ave;

     Perchè tu se’ de’ tuoi servi pietosa,

     Con dolce rime e stil grato e soave

     Aiuta i versi miei benignamente,

     E ’nsino al fine allumina la mente.


 Era nel tempo quando Filomena

     Con la sorella si lamenta e plora,

     Che si ricorda di sua antica pena,

     E pe’ boschetti le ninfe innamora;

     E Febo il carro temperato mena,

     Chè ’l suo Fetonte l’ammaestra ancora;

     Ed appariva appunto all’orizzonte,

     Tal che Titon si graffiava la fronte:


 Quand’io varai la mia barchetta, prima

     Per ubbidir chi sempre ubbidir debbe

     La mente, e faticarsi in prosa e in rima,

     E del mio Carlo imperador m’increbbe;

     Che so quanti la penna ha posto in cima,

     Che tutti la sua gloria prevarrebbe:

     È stata questa istoria, a quel ch’ i’ veggio,

     Di Carlo male intesa, e scritta peggio.


giovedì 15 giugno 2023

Caratteri e impronte: Margutte e la bertuccia

 E' una scimmia la protagonista di questo nuovo appuntamento con Caratteri e Impronte, rubrica dedicata alla letteratura e agli animali, nata in attesa del mio secondo libro. In particolare, si tratta di un animale citato in un poema molto particolare.

Ma cominciamo a parlare della simbologia della scimmia. Questo animale, al contrario che in altri continenti dove assume valenze più positive, nella tradizione occidentale, in particolare in quella allegorica cristiana medievale, incarna gli istinti più bassi come la lussuria, la sfrenatezza e l'impudenza, diventando una caricatura umana e una controfigura del diavolo. Viene, quindi, intesa come forma arcaica di umanità, come se fosse quasi un uomo in potenza ma non in atto, facile preda dei desideri primari, come la fame smodata e l’inclinazione a una sessualità senza regole. 

Ma non sono passate inosservate caratteristiche della scimmia come quella di essere un'imitatrice degli atti umani mentre la sua somiglianza con l'uomo la fà rappresentare spesso in chiave comico-grottesca, offrendo spunti di divertimento ma al contempo di riflessione. 

Ed è soprattutto in quest'ultima chiave che compare nel Morgante di Luigi Pulci, co-protagonista del celebre passo della morte di Margutte. 

Il Morgante, poema eroicomico

Il Morgante (1478) di Luigi Pulci è un poema epico cavalleresco che trae ispirazione dalle leggende carolinge. Narra le avventure e gli amori di Orlando, Rinaldo e altri paladini nei paesi più lontani, a cui si accompagnano le vicende comiche di Morgante e Margutte.

Per la caratterizzazione dei personaggi e per la scelta linguistica e stilistica questo lavoro è spesso definito come poema eroicomico: vengono spesso usati i toni della parodia, popolari e realistici, capovolgendo lo stile delle narrazione epico cavalleresca, con un risultato decisamente fuori dai canoni comuni.

I caratteri del ciclo carolingio di fatto vengono completamenti trasformati, comportandosi spesso da furfanti, in preda alle più intese passioni corporee. C’è poi Morgante, un gigante buono, che dà il titolo al poema, scudiero di Orlando che viene presentato come un Ercole dalla forza smisurata. Con lui, il mezzogigante Margutte, una figura paradossale che si presenta come peccatore incallito e che dichiara un bizzarro “credo” culinario, in cui sono presenti diversi elementi blasfemi, altro passo famoso del testo. Astuto e maligno dalle membra "strane, orride e brutte", presentatosi a Morgante vantandosi di tutte le sue bravure, viene da costui assunto come scudiero.

La morte di Margutte avviene in modo paradossale in maniera conforme al suo personaggio, dal momento che il mezzogigante ha passato la vita a combinare scherzi e ribalderie ai danni del prossimo: egli subisce infatti a sua volta uno scherzo da parte del compagno, che vuole in un certo senso punirlo per la cattiveria che ha dimostrato. E qui entra in scena la scimmia, una bertuccia, per la precisione, "attrice" grottesca, in una scena assurda, che con l'imitazione di un atto umano, fa ridere il mezzogigante tanto da farlo morire. 

Margutte, infatti, mentre cerca i suoi stivali, nascosti da Morgante, vede che l'animale li ha indossati, cadendo in preda a uno scoppio frenetico di risa, che lo fa morire a causa delle convulsioni. Il folle riso di Margutte ha qualcosa di tragicamente comico, qualificando la sua figura come quella di un bizzarro giullare che proprio a causa della sua inclinazione alla beffa muore in modo sciocco, affiancato in questo da una delle figure grottesche per eccellenza, la scimmia.

La sua morte precede di poco quella di Morgante, che verrà morso da un granchio mentre guada un fiume, ma diverso sarà il loro destino ultraterreno (Morgante finirà in Cielo, Margutte all'inferno).


La morte di Margutte


Morgante finalmente convenia

che in riso e 'n giuoco s'arrechi ogni cosa;

e vanno seguitando la lor via.

Erano un dì per una selva ombrosa;

e perché pure il camino increscìa,

a una fonte Morgante si posa.

Margutte, ch'avea ancor ben pieno il sacco,

s'addormentò come affannato e stracco.


Morgante, come lo vede a giacere,

gli stivaletti di gamba gli trasse

ed appiattògli, per aver piacere,

un po' discosto, quando e' si destasse.

Margutte russa, e colui sta a vedere;

poi lo destava, perché e' s'adirasse.

Margutte si rizzò, come e' fu desto,

e degli usatti s'accorgeva presto;


e disse: - Tu se' pur, Morgante, strano:

io veggo che tu m'hai tolti gli usatti,

e fusti sempre mai sconcio e villano. -

Disse Morgante: - Apponti ov'io gli ho piatti:

e' son qui intorno poco di lontano:

questo è per mille oltraggi tu m'hai fatti. -

Margutte guata, e non gli ritrovava;

e cerca pure, e seco borbottava.

Ridea Morgante sentendo e' si cruccia.

Margutte pure alfin gli ha ritrovati,

e vede che gli ha presi una bertuccia,

e prima se gli ha messi e poi cavati.

Non domandar se le risa gli smuccia,

tanto che gli occhi son tutti gonfiati

e par che gli schizzassin fuor di testa;

e stava pure a veder questa festa.


A poco a poco si fu intabaccato

a questo giuoco, e le risa cresceva,

tanto che 'l petto avea tanto serrato

che si volea sfibbiar, ma non poteva,

per modo e' gli pare essere impacciato.

Questa bertuccia se gli rimetteva:

allor le risa Margutte raddoppia,

e finalmente per la pena scoppia;


e parve che gli uscissi una bombarda,

tanto fu grande dello scoppio il tuono.

Morgante corse, e di Margutte guarda

dov'egli aveva sentito quel suono,

e duolsi assai che gli ha fatto la giarda,

perché lo vide in terra in abbandono;

e poi che fu della bertuccia accorto,

vide ch'egli era per le risa morto.


Non poté far che non piangessi allotta,

e parvegli sì sol di lui restare

ch'ogni sua impresa gli par guasta e rotta;

e cominciò col battaglio a cavare,

e sotterrò Margutte in una grotta

perché le fiere nol possin mangiare;

e scrisse sopr'un sasso il caso appunto,

come le risa l'avean quivi giunto.


E tolse sol la gemma che gli dètte

Florinetta al partir: l'altro fardello

con esso nella fossa insieme mette;

e con gran pianto si partì da quello,

e per più dì come smarrito stette

d'aver perduto un sì caro fratello,

e 'n questo modo ne' boschi lasciarlo

e non potere a Orlando menarlo.


Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro...