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mercoledì 26 aprile 2023

Eneide, il personaggio di Turno e il duello con Enea

Dopo le celebrazioni della Fondazione di Roma, il 21 aprile, parliamo di un guerriero protagonista delle vicende leggendarie che hanno portato alla nascita della città. Si tratta di Turno, Re dei Rutuli, personaggio fondamentale dell'Eneide di Virgilio, quasi un co-protagonista del poema. Vi ho già parlato di questo carattere diverse volte, visto che uno dei personaggi di Lo specchio di Giano si ispira a lui e porta il suo nome.

Figlio di Dauno e della ninfa Venilia, fratello di Giuturna e di Canente, ha origini e parentele divine, discendendo  dalla divinità italica Pilumno. Prima dell'arrivo di Enea gli è stata promessa Lavinia, figlia di Latino, anche se oracoli e prodigi avevano dato segni molto negativi sul progettato matrimonio.

Quando Latino promette la mano di Lavinia ad Enea, Turno sembra non preoccuparsi della cosa ma a farlo reagire provvede la furia Aletto, inviata da Giunone. Turno ed Amata - moglie di Latino, anche lei istigata dalla furia - scatenano la guerra contro i Troiani spingendo i Latini a violare i patti di amicizia appena conclusi. 

Nelle battaglie il re dei Rutuli, eroico, impulsivo e arrogante, si distinguerà in parallelo con l'Achille omerico, costituendo la colonna portante dei contenuti epici dell'opera, rappresentando anche il guerriero senza paura che al momento giusto sa onorare il nemico sconfitto. Infine affronterà Enea in duello e morirà nell'ultimo verso del poema.

La figura di Turno appare tuttavia psicologicamente più complessa di quella di Achille e ha la capacità di interagire in maniera complessa con gli altri personaggi dell'Eneide: ha un carattere molto definito e variegato, nel quale trova pieno risalto la capacità di Virgilio di cogliere e descrivere esaltazioni ed angosce dell'animo umano. Lo vediamo come strumento della volontà di Giunone, ma anche uomo offeso che si batte per recuperare la dignità che va perdendo davanti alla fama del nuovo arrivato. Nonostante non esiti ad affrontare Enea nel duello finale, ha comunque momenti di esitazione e paura, tratti che lo avvicinano in questo caso alla figura di Ettore. 


Ecco i versi finali del poema: 

Enea di contro incalza e vibra la lancia,

enorme, simile a un tronco, e parla con animo feroce:

«Ora cos’è questo indugio? Perché ti attardi, Turno?

Non con la corsa, con l’armi crudeli si deve combattere

da presso. Trasfòrmati in tutti gli aspetti, raduna quanto

vali con l’animo e con l’astuzia; desidera di volare

sulle alte stelle, e di racchiuderti nel cavo della terra…».

Quello, scuotendo il capo: «Non le tue superbe parole m’atterriscono, 

o arrogante; gli dei mi atterriscono e Giove nemico».

E senza dire null’altro, rivolge lo sguardo a un grande macigno,

[…] l’eroe, afferratolo con mano ansiosa, cercò di scagliarlo

sul nemico, ergendosi in alto e preso di corsa l’abbrivio.

Ma non si riconobbe nel correre, nel muoversi,

nell’alzare la mano e nel librare il possente macigno;

le ginocchia vacillano, si rapprende gelido il sangue.

Allora la pietra, lanciata dal guerriero nel vuoto,

non percorse tutto lo spazio, né portò a termine il colpo.

E come in sogno, di notte, quando una languida quiete

grava sugli occhi, ci sembra di voler inutilmente intraprendere

avide corse, e durante il tentativo cadiamo sfiniti;

la lingua impotente, le forze consuete del corpo

svaniscono, e non escono voce o parole:

così a Turno, con qualunque sforzo tenti la via,

l’orribile dea nega il successo. Allora volge

nel cuore sentimenti diversi: guarda i Rutuli e la città,

e indugia nel timore, e trema all’arrivo del colpo;

non sa dove scampare, come assalire il nemico

e non vede in nessun luogo il carro e la sorella auriga.

Mentre esitava, Enea brandisce l’asta fatale,

calcolando la sorte con gli occhi, e la vibra da lontano

[…] Il grande Turno

cadde in terra, colpito, con le ginocchia piegate.

Balzano con un grido i Rutuli, e tutto rimbomba

il monte d’intorno, e ampiamente i profondi boschi riecheggiano.

Egli da terra, supplice, protendendo lo sguardo e la destra

implorante: «L’ho meritato» disse «e non me ne dolgo;

profitta della tua fortuna; tuttavia, se il pensiero d’un padre

infelice ti tocchi, prego – anche tu avesti un padre,

Anchise –, pietà della vecchiaia di Dauno,

 e rendi me, o se vuoi le membra prive di vita,

ai miei. Hai vinto e gli Ausoni mi videro sconfitto

tendere le mani; ora Lavinia è tua sposa;

non procedere oltre con gli odii». Ristette fiero nell’armi

Enea, volgendo gli occhi, e trattenne la destra;

sempre di più il discorso cominciava a piegarlo

e a farlo esitare: quando al sommo della spalla apparve

l’infausto balteo e rifulsero le cinghie delle note borchie

del giovane Pallante, che Turno aveva vinto e abbattuto

con una ferita, e portava sulle spalle il trofeo del nemico.

Egli, fissato con gli occhi il ricordo del crudele dolore,

e la preda, arso dalla furia, e terribile

nell’ira: «Tu, vestito delle spoglie dei miei,

vorresti sfuggirmi? Pallante con questa ferita,

Pallante t’immola, e si vendica sul sangue scellerato».

Dicendo così, gli affonda furioso il ferro in pieno petto;

a quello le membra si sciolgono nel gelo,

e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre.


giovedì 2 marzo 2023

Lo specchio di Giano, il guerriero Turno e... Solimano

Turno: il nome sarà certamente noto ai cultori della letteratura latina. Si tratta, infatti, di un personaggio dell'Eneide, più precisamente dell'antagonista di Enea. Turno è il re dei Rutuli, a cui era stata promessa in sposa Lavinia, figlia di Latino, che sposerà poi l'eroe troiano. 

Giovane e bellissimo, è anche semidio, essendo figlio di Dauno e della ninfa Venilia, andando a ricordare sia un questo particolare sia nel carattere l'Achille dell'Iliade. Il nome mitologico di Turno viene fatto derivare dal greco antico Touros, che ha significato di animo impetuoso; secondo talune fonti potrebbe invece intendersi come Turrenos. È un sovrano molto amato dai suoi guerrieri e anche dagli alleati. Nella guerra contro i Troiano, il guerriero si batte con passione e ardore, cedendo occasionalmente alla ferocia.

Devo dire che leggendo il poema virgiliano ho sempre avuto una grande simpatia per questo personaggio, parteggiando per lui, nonostante l'avvicinarsi, verso per verso, di un finale già conosciuto.

Simpatia che ho avuto anche per un altro personaggio dalla tragica fine e che ricalca in un certo qual modo il guerriero italico: Solimano della Gerusalemme Liberata, uno dei personaggi più affascinanti e moderni di tutto il poema. Si tratta del sultano di Nicea, che, dopo aver perso la sua terra, combatte valorosamente contro l'esercito cristiano, in molti e vittoriosi scontri, finché cade per mano di Rinaldo.

Il condottiero incarna il male in una grandezza straordinaria. Indossa un elmo spaventoso dove è raffigurato un serpente che nella battaglia sembra prendere vita.

Ecco che il Turno del mio romanzo fantasy Lo Specchio di Giano guarda al sovrano di Nicea tanto che inizialmente doveva riprendere il suo nome. Ho preferito poi dare a questo personaggio un nome di ascendenza latina e quale appellativo meglio di Turno veniva incontro a questo carattere? Il Turno dell'ebook è sì crudele ma ha un barlume di umanità che lo porta a salvare Vafrino e lo trascina nella storia d'amore con Thanaquil. 

Il guerriero, nel libro, è arrivato ormai all'età matura ma non rinuncia al suo desiderio di riavere la sua terra. E' amato dai suoi soldati e dal suo servo Vafrino. Gli incontri e le vicissitudini che dovrà affrontare durante il conflitto lo porteranno, però, a un cambio di prospettiva e a un mutamento delle sue aspirazioni. 

Nota (spoiler) sul finale: il Turno virgiliano e il Solimano tassiano, con cui sono entrata in grande empatia durante la lettura delle rispettive opere facendomi disperare per la loro sorte, hanno avuto una fine tragica che non ho voluto riproporre in Lo specchio di Giano.

Foto di Octavian Dan su Unsplash

Ecco un brano dell'ebook disponibile su Amazon e su altre piattaforme che parla di Turno:

Turno era determinato a vincere la sua guerra e a radere al suolo i templi di Vestres e la città, contribuendo ad annullare il potere degli dei reggenti. Rivoleva la sua terra e voleva viverla, una volta aiutato Ataris a realizzare il suo piano. Stava per affrontare la battaglia della sua vita, l'ultima a cui non ne sarebbero seguite altre, in qualsiasi modo fosse finita. La sua grinta e la sua ferocia, compagne di tante lotte, stavano salendo, la sua fronte si stava aggrottando, bagnata da un sudore freddo, dalle narici usciva aria soffiata fuori come se fosse fuoco.

Stava arrivando anche la resa dei conti nei confronti di Thanaquil. Sapeva che sarebbe stata là a difendere il suo amato Paese e forse se la sarebbe trovata davanti, splendente, vestita dalla sua armatura da guerriera, che voleva affrontarlo. Non avrebbe avuto pietà di chi aveva tradito la sua fiducia ed era fuggita senza che lui sapesse nulla. Se fosse rimasta con lui, Turno avrebbe potuto difenderla, pensava. Ma lei aveva scelto il passato e non il suo amore. E quello che sembrava il suo fedele servitore, un ragazzo che lo adorava ed eseguiva ogni suo ordine scrupolosamente, era andato via con lei.

Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro...