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lunedì 1 aprile 2024

2 aprile 742, nasce Carlo Magno

 Tra i personaggi storici che hanno ispirato in maniera considerevole il mondo letterario - e quindi croce e delizia di studenti e appassionati di letteratura - c'è Carlo Magno, di cui oggi ricorre l'anniversario della nascita, il 2 aprile del 742, anche se la data non è certa.

Il sovrano fu Re dei Franchi, Re dei Longobardi e primo imperatore del Sacro Romano Impero. Era un uomo incredibilmente grosso e possente, soprattutto per l'epoca e un combattente valoroso, che ha esercitato una grande influenza e fascino in tutto il millennio seguente.


Ispirandosi alla sua figura sono nate innumerevoli opere letterarie che ricordano le gesta dei cavalieri che hanno combattuto con lui. La più nota è la Chanson de Roland - con cui ha inizio, in Francia, la fioritura della letteratura - che narra delle vicende dei cavalieri erranti che hanno combattuto per proteggere il cristianesimo dai califfi musulmani. 

L'opera rientra nel Ciclo Carolingio o delle leggende di Carlo Magno, letteratura di carattere cavalleresco, che si sviluppò ed ebbe immediata fortuna subito dopo l’anno Mille.


Il Ciclo Carolingio si compone di un variegato complesso di versi incentrati sulla figura di Carlo Magno. Al centro, le sue imprese e quelle dei suoi paladini come Rolando (che in Italia diventa Orlando), Astolfo, Malagigi, Oliviero e Rinaldo solo per citarne alcuni dei più famosi.

Fanno parte delle leggende di Carlo Magno le “chansons de geste” composte per esaltare, sia la figura dell’imperatore sia i suoi paladini.

Nell’XI e XII secolo, grazie a poeti e giullari, la saga di Carlo ebbe un grandissimo successo che continuò, a fasi alterne, fino al XVI secolo quando arrivò in Italia, con l’Orlando Innamorato di Boiardo, il Morgante di Pulci e l’Orlando Furioso di Ariosto.

Ecco i tre bellissimi proemi, segnalati in ordine di tempo:

I primi versi del Morgante

In principio era il Verbo appresso a Dio,

ed era Iddio il Verbo e ’l Verbo Lui:

questo era nel principio, al parer mio,

e nulla si può far sanza Costui.

Però, giusto Signor benigno e pio,

mandami solo un degli angel tui,

che m’accompagni e rechimi a memoria

una famosa, antica e degna storia.


L'inizio dell'Orlando innamorato

Signori e cavallier che ve adunati

Per odir cose dilettose e nove,

Stati attenti e quïeti, ed ascoltati

La bella istoria che ’l mio canto muove;

E vedereti i gesti smisurati,

L’alta fatica e le mirabil prove

Che fece il franco Orlando per amore

Nel tempo del re Carlo imperatore.


Il proemio dell'Orlando Furioso

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto,

che furo al tempo che passaro i Mori

d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,

seguendo l’ire e i giovenil furori

d’Agramante lor re, che si diè vanto

di vendicar la morte di Troiano

sopra re Carlo imperator romano.


mercoledì 14 febbraio 2024

L'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto

 Oggi vi parlo della mia ultima sfida "librosa": le 4.842 ottave dell'Orlando Furioso

La lettura è arrivata dopo quella dell'Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, opera incompiuta che Ludovico Ariosto ha completato con il suo capolavoro (ve ne ho parlato qui).

Arrivando dallo stile più "colloquiale" e leggero di Boiardo, ho fatto un po' di fatica all'inizio e visto anche che l'Innamorato mi era piaciuto parecchio ho faticato ad apprezzare il poema prima dei primi dieci canti. Dopo è stato un trionfo! 

Nonostante la trama complicatissima, l'autore ci accompagna in una storia avvincente e ricca di colpi di scena senza farci perdere troppo il filo grazie a continui rimandi e commenti della voce narrante. Questo è un elemento molto presente soprattutto all'inizio dei canti, dove spesso il narratore parte da considerazioni di carattere generale per poi tornare alla storia. 

Al centro del poema, ancora una volta i duelli, le battaglie e l'amore, con Angelica come motore principale, fino al finale, con un bellissimo omaggio all'Eneide di Virgilio. L'amore, accompagnato da una vasta gamma di sentimenti umani, è visto come un sentimento irrazionale a cui è quasi impossibile resistere. Altre tematiche sono lo spirito cavalleresco, la magia e l'omaggio agli Este. I personaggi sono descritti dettagliatamente o ognuno ha un suo carattere che ce lo apprezzare o che lo rende meno simpatico rispetto ad altri.

La lingua è molto diversa da quella del suo precessore, che era ricca di forme tipiche delle parlate settentrionali che si mescolavano al toscano e ad espressioni latineggianti. Infatti, la lingua è quella teorizzata dal Bembo, imbrigliata in una forma metrica perfetta.   

I personaggi che mi hanno coinvolto di più? Astolfo, Sacripante, Rodomonte, Marfisa, Bradamante, Brandimarte e Fiordelisa.


Di seguito alcune citazioni:

Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibile,
e l’invisibil fa vedere Amore.
Questo creduto fu; che ’l miser suole
dar facile credenza a quel che vuole.

Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir son tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che ’l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

A donna non si fa maggior dispetto 
che quando vecchia o brutta le vien detto

L'amante, per aver quel che desia, 
senza guardar che Dio tutto ode e vede, 
aviluppa promesse e giuramenti, 
che tutti spargon poi per l'aria i venti

 Che dolce piú, che piú giocondo stato
saria di quel d’un amoroso core?
che viver piú felice e piú beato,
che ritrovarsi in servitú d’Amore?
se non fosse l’uom sempre stimulato
da quel sospetto rio, da quel timore,
da quel martír, da quella frenesia,
da quella rabbia detta gelosia.

  Si vede per gli essempii di che piene
sono l’antiche e le moderne istorie,
che ’l ben va dietro al male, e ’l male al bene,
e fin son l’un de l’altro e biasmi e glorie;
e che fidarsi a l’uom non si conviene
in suo tesor, suo regno e sue vittorie,
né disperarsi per Fortuna avversa,
che sempre la sua ruota in giro versa.

Alle squalide ripe d’Acheronte,
sciolta dal corpo piú freddo che giaccio,
bestemmiando fuggí l’alma sdegnosa,
che fu sí altiera al mondo e sí orgogliosa.

giovedì 7 settembre 2023

Ludovico Ariosto e L'Orlando Furioso

 Oggi ricorre l'anniversario della nascita di uno degli autori più importanti della letteratura italiana, Ludovico Ariosto (Reggio Emilia, 8 settembre 1474 – Ferrara, 6 luglio 1533), poeta, commediografo, funzionario e diplomatico italiano.

È considerato uno degli autori più celebri ed influenti del Rinascimento grazie soprattutto alla sua opera principale L'Orlando furioso, tra i poemi più significativi della letteratura cavalleresca italiana, anche grazie alla creazione di una caratteristica ottava rima, definita "ottava d'oro", che fu una delle massime espressioni raggiunte dalla metrica poetica prima dell'illuminismo. Fu un seguace delle teorie sulla lingua dell'amico Pietro Bembo.

Il materiale narrativo proviene dalla tradizione del poema epico cavalleresco, che a partire dai cantàri si era definita nel Quattrocento con l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, anticipato dal Morgante di Luigi Pulci. Il Furioso si propone come una continuazione del capolavoro boiardesco, rimasto incompiuto per la morte dell'autore. Tuttavia l'opera di Ariosto è ben più ambiziosa: mira ad affermarsi non solo tra il pubblico di corte ma sull'intera società culturale italiana, sfruttando le potenzialità offerte dalla stampa.

Ariosto riprende alcuni aspetti provenienti dalla letteratura epica a lui precedente. Anzitutto, come Pulci e Boiardo rielabora liberamente le favole della tradizione franco-bretone e mantiene il carattere proprio dell'epica, costruendo un'opera adatta alla recitazione. Questo materiale di origine popolare viene tuttavia nobilitato e trasposto in forme classicheggianti. Come nell'Innamorato, inoltre, i proemi diventano il luogo in cui il poeta prende spunto dai fatti narrati per trarne insegnamenti morali oppure per parlare di sé e del proprio amore. L'autore coinvolge quindi anche se stesso nella narrazione.

Il lavoro, tuttavia, è figlio del Rinascimento. Rinascimentale è per esempio la concezione laica della vita che traspare dal poema, in cui Dio non viene negato ma smette comunque di essere il motore della storia. La natura stessa, non più pervasa da Dio, assume una vitalità nuova, e così anche l'uomo si muove con maggiore libertà e naturalezza: conosce tutte le passioni, tutti gli affetti, e non rinnega nulla di ciò che è umano. I personaggi rispecchiano la formazione culturale e morale dell'autore, ma ognuno di loro è definito per sé e prova una vasta gamma di sentimenti ed emozioni. Un carattere importante dei personaggi ariosteschi è quindi l'individualismo

Rinascimentale è anche la concezione della donna, che nel poema viene concepita come "il femminile dell'uomo".

L'Orlando furioso rispecchia però non solo la cultura ma anche le contraddizioni dell'Italia dell'epoca. Nella prima metà del Cinquecento l'Italia era travagliata da guerre e invasioni, a cui il poeta fa riferimento in vari canti. Le avventure narrate trasmettono un senso di labilità e fuggevolezza, attraverso lo scorrere di forme che mutano. La narrazione è animata e sostenuta dalle tensioni e dalle contrazioni che percorrono il poema. Da un lato afferma i valori della bellezza, della perfezione, dell'eroismo e dell'armonia, ma allo stesso tempo ne prende le distanze attraverso l'ironia: mette in dubbio ogni valore assoluto, rivela che la forza e le passioni degli uomini sono connessi con la follia e l'illusione.

L'ironia ariostesca, che risuona in tutto l'Orlando furioso, tende infatti a rivelare la validità di punti di vista tra di loro opposti e le incoerenze dell'agire umano. In generale, emerge una visione relativistica secondo cui non c'è una realtà unica e oggettiva, ma piuttosto molteplici punti di vista contrastanti. Tra i temi principali: follia, desiderio e magia

Narrazione, lingua e metrica sono all'insegna dell'armonia. Lo strumento principale utilizzato per dare ritmo al racconto è l'ottava. Si tratta del metro che veniva solitamente impiegato nell'epica cavalleresca, ma nelle mani di Ariosto abbandona i soliti schemi ripetitivi per adattarsi ai toni più vari, dalla drammaticità all'ironia. La lingua guarda soprattutto al fiorentino letterario e petrarchesco del modello bembiano. Nel poema vengono inoltre impiegati vari termini di ascendenza classica, e in particolare ripresi dalla poesia latina. Non mancano poi espressioni tratte dai poeti coevi.


Ecco uno dei passi più belli, quello di Astolfo sulla Luna in cui il cavaliere va sul satellite per ritrovare il senno di Orlando.


Tutta la sfera varcano del fuoco,

ed indi vanno al regno de la luna.

Veggon per la più parte esser quel loco

come un acciar che non ha macchia alcuna;

e lo trovano uguale, o minor poco

di ciò ch'in questo globo si raguna,

in questo ultimo globo de la terra,

mettendo il mar che la circonda e serra.


Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:

che quel paese appresso era sì grande,

il quale a un picciol tondo rassimiglia

a noi che lo miriam da queste bande;

e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,

s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande,

discerner vuol; che non avendo luce,

l'imagin lor poco alta si conduce.


Altri fiumi, altri laghi, altre campagne

sono là su, che non son qui tra noi;

altri piani, altre valli, altre montagne,

c'han le cittadi, hanno i castelli suoi,

con case de le quai mai le più magne

non vide il paladin prima né poi:

e vi sono ample e solitarie selve,

ove le ninfe ognor cacciano belve.


Non stette il duca a ricercar il tutto;

che là non era asceso a quello effetto.

Da l'apostolo santo fu condutto

in un vallon fra due montagne istretto,

ove mirabilmente era ridutto

ciò che si perde o per nostro diffetto,

o per colpa di tempo o di Fortuna:

ciò che si perde qui, là si raguna.


Non pur di regni o di ricchezze parlo,

in che la ruota instabile lavora;

ma di quel ch'in poter di tor, di darlo

non ha Fortuna, intender voglio ancora.

Molta fama è là su, che, come tarlo,

il tempo al lungo andar qua giù divora:

là su infiniti prieghi e voti stanno,

che da noi peccatori a Dio si fanno.


Le lacrime e i sospiri degli amanti,

l'inutil tempo che si perde a giuoco,

e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,

vani disegni che non han mai loco,

i vani desideri sono tanti,

che la più parte ingombran di quel loco:

ciò che in somma qua giù perdesti mai,

là su salendo ritrovar potrai.


Passando il paladin per quelle biche,

or di questo or di quel chiede alla guida.

Vide un monte di tumide vesiche,

che dentro parea aver tumulti e grida;

e seppe ch'eran le corone antiche

e degli Assiri e de la terra lida,

e de' Persi e de' Greci, che già furo

incliti, ed or n'è quasi il nome oscuro.


Ami d'oro e d'argento appresso vede

in una massa, ch'erano quei doni

che si fan con speranza di mercede

ai re, agli avari principi, ai patroni.

Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,

ed ode che son tutte adulazioni.

Di cicale scoppiate imagine hanno

versi ch'in laude dei signor si fanno.


Di nodi d'oro e di gemmati ceppi

vede c'han forma i mal seguiti amori.

V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi,

l'autorità ch'ai suoi danno i signori.

I mantici ch'intorno han pieni i greppi,

sono i fumi dei principi e i favori

che danno un tempo ai ganimedi suoi,

che se ne van col fior degli anni poi.


Ruine di cittadi e di castella

stavan con gran tesor quivi sozzopra.

Domanda, e sa che son trattati, e quella

congiura che sì mal par che si cuopra.

Vide serpi con faccia di donzella,

di monetieri e di ladroni l'opra:

poi vide bocce rotte di più sorti,

ch'era il servir de le misere corti.


Di versate minestre una gran massa

vede, e domanda al suo dottor ch'importe.

«L'elemosina è (dice) che si lassa

alcun, che fatta sia dopo la morte.»

Di vari fiori ad un gran monte passa,

ch'ebbe già buono odore, or putia forte.

Questo era il dono (se però dir lece)

che Costantino al buon Silvestro fece.


Vide gran copia di panie con visco,

ch'erano, o donne, le bellezze vostre.

Lungo sarà, se tutte in verso ordisco

le cose che gli fur quivi dimostre;

che dopo mille e mille io non finisco,

e vi son tutte l'occurrenze nostre:

sol la pazzia non v'è poca né assai;

che sta qua giù, né se ne parte mai.


Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,

ch'egli già avea perduti, si converse;

che se non era interprete con lui,

non discernea le forme lor diverse.

Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,

che mai per esso a Dio voti non ferse;

io dico il senno: e n'era quivi un monte,

solo assai più che l'altre cose conte.


Era come un liquor suttile e molle,

atto a esalar, se non si tien ben chiuso;

e si vedea raccolto in varie ampolle,

qual più, qual men capace, atte a quell'uso.

Quella è maggior di tutte, in che del folle

signor d'Anglante era il gran senno infuso;

e fu da l'altre conosciuta, quando

avea scritto di fuor: Senno d'Orlando.


E così tutte l'altre avean scritto anco

il nome di color di chi fu il senno.

Del suo gran parte vide il duca franco;

ma molto più maravigliar lo fenno

molti ch'egli credea che dramma manco

non dovessero averne, e quivi dénno

chiara notizia che ne tenean poco;

che molta quantità n'era in quel loco.


Altri in amar lo perde, altri in onori,

altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;

altri ne le speranze de' signori,

altri dietro alle magiche sciocchezze;

altri in gemme, altri in opre di pittori,

ed altri in altro che più d'altro aprezze.

Di sofisti e d'astrologhi raccolto,

e di poeti ancor ve n'era molto.


Astolfo tolse il suo; che gliel concesse

lo scrittor de l'oscura Apocalisse.

L'ampolla in ch'era al naso sol si messe,

e par che quello al luogo suo ne gisse:

e che Turpin da indi in qua confesse

ch'Astolfo lungo tempo saggio visse;

ma ch'uno error che fece poi, fu quello

ch'un'altra volta gli levò il cervello.


La più capace e piena ampolla, ov'era

il senno che solea far savio il conte,

Astolfo tolle; e non è sì leggiera,

come stimò, con l'altre essendo a monte. [...]


venerdì 1 settembre 2023

Turpino e la Chanson de Roland

 Turpino (VIII secolo – 2 settembre 800), è stato un arcivescovo franco, nominato arcivescovo di Reims nel 771 da Carlo Magno. Come tale, aveva il compito di incoronare tutti i sovrani franchi ed era quindi una figura molto importante ed autorevole, sebbene di lui non siano rimaste molte notizie biografiche.

Secondo la leggenda, il re portò con sé il religioso nella spedizione in Spagna del 778, in cui si tenne la famosa battaglia di Roncisvalle, in cui trovò la morte Orlando, anche se, nelle cronache della campagna, la presenza di Turpino non è attestata.

L'arcivescovo è stato, inoltre, a lungo indicato come autore della Chanson de Roland, e viene segnalato come tale anche nei poemi italiani, Morgante, Orlando Innamorato e Orlando Furioso, dove ha la doppia veste di scrittore, spesso contraddetto dagli altri autori, e personaggio

Nella Chanson de Roland, Turpino è l'archetipo del chierico votato alla battaglia, perfettamente inserito nello spirito della crociata del secolo XI, e nell'opera muore a Roncisvalle, sopravvive invece secondo la Historia Karoli Magni et Rotholandi (a lungo attribuita allo stesso Turpino). 

Il poema epico, appartenente alla tradizione della Chanson de Geste dei trovieri, è datato, in realtà, intorno all’XI secolo ed è spesso attribuito a un religioso chiamato Turoldo, anche se anche questa attribuzione non è certa.

In epoca rinascimentale si pensava che il poema fosse di Turpino, vissuto nell’VIII secolo, e fosse stato pubblicato postumo ben tre secoli dopo la sua stesura.

Ecco il nostro Turpino nel penultimo canto del Morgante di Pulci in cui si narra la battaglia di Roncisvalle e nel proemio dell'Orlando Innamorato.



In questa ottava del poema di Pulci è riportato come fonte:

Orlando, sendo spirato il marchese,

     parvegli tanto solo esser rimaso

     che di sonar per partito pur prese,

     acciò che Carlo sentissi il suo caso;

     e sonò tanto forte che lo intese,

     e ’l sangue uscì per la bocca e pel naso,

     dice Turpino, e che il corno si fésse

     la terza volta ch’a bocca sel messe.


Poco più sotto eccolo in scena come personaggio:


Or qui incomincian le pietose note!

     Orlando essendo in terra ginocchione,

     bagnate tutte di pianto le gote,

     domandava a Turpino remissione;

     e cominciò con parole devote

     a dirgli in atto di confessïone

     tutte sue colpe e chieder penitenzia,

     ché facea di tre cose conscïenzia.


Infine, le prime strofe dell'Orlando Innamorato di Boiardo.


Signori e cavallier che ve adunati

     Per odir cose dilettose e nove,

     Stati attenti e quïeti, ed ascoltati

     La bella istoria che ’l mio canto muove;

     E vedereti i gesti smisurati,

     L’alta fatica e le mirabil prove

     Che fece il franco Orlando per amore

     Nel tempo del re Carlo imperatore.


Non vi par già, signor, meraviglioso

     Odir cantar de Orlando inamorato,

     Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,

     È da Amor vinto, al tutto subiugato;

     Né forte braccio, né ardire animoso,

     Né scudo o maglia, né brando affilato,

     Né altra possanza può mai far diffesa,

     Che al fin non sia da Amor battuta e presa.


Questa novella è nota a poca gente,

     Perché Turpino istesso la nascose,

     Credendo forse a quel conte valente

     Esser le sue scritture dispettose,

     Poi che contra ad Amor pur fu perdente

     Colui che vinse tutte l’altre cose:

     Dico di Orlando, il cavalliero adatto.

     Non più parole ormai, veniamo al fatto.


La vera istoria di Turpin ragiona

     Che regnava in la terra de orïente,

     Di là da l’India, un gran re di corona,

     Di stato e de ricchezze sì potente

     E sì gagliardo de la sua persona,

     Che tutto il mondo stimava nïente:

     Gradasso nome avea quello amirante,

     Che ha cor di drago e membra di gigante.


lunedì 14 agosto 2023

La battaglia di Roncisvalle

 Il 15 di agosto ricorre l'anniversario di una delle battaglie più famose della storia, non tanto per l'importanza che ha avuto a livello strategico quanto per i risvolti che ha avuto nei secoli successivi nella letteratura europea. Si tratta della battaglia di Roncisvalle del 778 che ha visto la morte del celebre guerriero Rolando o Orlando, protagonista di numerose opere tra cui la Chanson de Roland e i poemi epico-cavallereschi come il Morgante di Luigi Pulci, L'Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo e L'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.

La battaglia si inserisce nelle operazioni militari con cui Carlo Magno cercò di ampliare il suo impero.  

Lo scontro fu un episodio bellico anomalo, amplificato in Occidente dalle chansons des gestes composte in langue d'oïl dai trovieri e in langue d'oc dai trovatori, anche se all'iter creativo del genere letterario dettero comunque il loro apporto anche giullari, giocolieri e uomini di cultura, che eternarono così sia il mito di un grande sovrano che espressamente si richiamava ai valori della fede cristiana e che se ne proclamava come autorevole difensore, sia il mito dell'eroe impavido (Orlando) e del traditore (Gano di Maganza).

Il fatto si svolse in appendice al fallito tentativo del re franco di proporsi come difensore dei cristiani spagnoli, che vivevano sotto il giogo politico degli emiri musulmani omayyadi di al-Andalus.

Secondo un'ipotesi, Carlo Magno potrebbe aver risposto all'invito di qualche esponente musulmano che, potrebbe aver invitato il futuro Imperatore del Sacro Romano Impero ad affacciarsi nella Penisola iberica per disfarsi di qualche nemico politico. Attraversati i Pirenei nella primavera del 778, Carlo conquistò Pamplona e Barcellona, quindi, vista la mancata attuazione della promessa fattagli dal Wālī di Saragozza di aprirgli le porte della città, assediò Saragozza.

Alla notizia di un'insurrezione dei Sassoni, da poco sottomessi, Carlo abbandonò il campo e si mise di nuovo in marcia per rientrare in patria, lasciando Orlando e la guardia reale con il bottino ottenuto durante la campagna militare. Durante il ritorno valicò col suo esercito le gole pirenaiche di Roncisvalle, dove vivevano popolazioni basche. I Baschi, solo in parte cristiani, desideravano avere buoni rapporti anche coi vicini musulmani. I Baschi, al suo arrivo, fecero atto di omaggio al re franco, ma poi aggredirono la sua retroguardia, annientandola, e ne depredarono gli averi e i carriaggi. 

Riporto uno dei momenti più drammatici dello scontro, Orlando che suona l'olifante, nella versione del Pulci e della Chancon de Roland e a seguire la morte di Orlando in quest'ultima.



Orlando suona l'Olifante, Il Morgante di Pulci

Orlando, sendo spirato il marchese,

parvegli tanto solo esser rimaso

che di sonar per partito pur prese,

acciò che Carlo sentissi il suo caso;

e sonò tanto forte che lo intese,

e ’l sangue uscì per la bocca e pel naso,

dice Turpino, e che il corno si fésse

la terza volta ch’a bocca sel messe.


Orlando suona l'Olifante, da La Chanson de Roland (trad. di S. Pellegrini, UTET, Torino, 1953)


Il conte Rolando vede il massacro dei suoi compagni.

[…]

Così disse Rolando: “Suonerò l’olifante e lo

sentirà Carlo, che sta passando i valichi. Vi

assicuro che subito torneranno indietro i Franchi.”

Rolando porta l’olifante alla bocca;

vi soffia bene dentro e lo suona con forza.

Alti sono i monti e il suono va molto lontano;

a 100 chilometri lo sentirono.

Carlo lo udì e così anche il suo esercito.

Così dice il re: “I nostri uomini stanno combattendo”.

Gano gli rispose: “Se lo dicesse qualcun altro sembrerebbe uno scherzo”.

Il conte Rolando suona l’olifante con pena,

affanno e gran dolore:

dalla sua bocca esce sangue vivo;

il suo cervello sta scoppiando dalle tempie per

lo sforzo. La potenza de corno è enorme:

Carlo lo sente dai valichi dei monti; il duca

Namo lo sentì; e lo udirono anche i Franchi.

Il conte Rolando ha la bocca sanguinante;

le sue tempie si sono rotte;

suona con dolore e pena l’olifante.

Carlo e i suoi francesi lo sentono.

Così disse il re: “Quel corno ha un suono

lungo!” Risponde il duca Namo: “Un guerriero

si sta sforzando per suonarlo”.

Presumo che vi sia una battaglia in corso.

Gano, che chiede di non preoccuparvi del

suono, vi ha tradito.


La morte di Orlando  da La Chanson de Roland


Lo sente Orlando che la morte l’afferra,

giù dalla testa fin sul cuore gli scende.

Fin sotto un pino se n’è andato correndo,

sull’erba verde ci si è accanto disteso,

la spada e il corno sotto sé si mette.

Volta ha la testa alla pagana gente,

e così ha fatto perché vuole davvero

che dica Carlo e con lui la sua gente

che morì il nobile conte da vincitore.

Confessa le sue colpe ripetutamente,

per i peccati in pegno offre a Dio il guanto.


Lo sente Orlando che il suo tempo è finito,                           

volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo;

con una mano  il petto s’è battuto:

«Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù,

dei miei peccati, dei grandi e dei minori

che ho commesso da quando venni al mondo

fino ad oggi, che qui son stato preso!».

Il guanto destro perciò ha teso a Dio,

angeli scendono giù dal cielo a lui.


Il conte Orlando giace sotto un pino,

verso la Spagna tiene volto il viso.

Di molte cose gli ritorna alla mente,

di tante terre quante ne prese il prode,

la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,

Carlomagno che l’allevò, suo signore;

non può impedirsi di sospirare e piangere.

Ma non si vuole dimenticare di sé,

confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:

«Vero Padre, che non hai mai mentito,

san Lazzaro da morte risuscitasti,

e Daniele dai leoni salvasti,

a me l’anima salva da tutti i pericoli

dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».

Il guanto destro porge in pegno a Dio:

San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.

Sopra il braccio si tiene il capo chino,

le mani giunte è arrivato alla fine.

Dio gli manda il suo angelo Cherubino

e San Michele del mare del Pericolo;

insieme a loro viene lì san Gabriele,

portan del conte l’anima in paradiso.


Il Morgante di Luigi Pulci

 Dopo un sacco di tempo, eccomi finalmente a raccontarvi una delle mie ultime letture... una rilettura, per la verità. Si tratta di un libro...